Recensioni

7

Alien pop music. Se lo dicono da soli e come sempre hanno più che ragione. La nuova vita degli EN, iniziata oramai tantissimi dischi fa (diciamo da Tabula Rasa del 1992?), è una via elegante a una musica pop raffinata e ricercata ma pur sempre poco convenzionale. Non all’orecchio di chi li segue da tempo e che, anzi, ha spesso considerato quella svolta una sorta di tradimento del culto del rumore primigenio, ma di quella platea di ascoltatori molto più ampia che ha permesso alla formazione berlinese di esibirsi in auditorium e concert hall o pianificare concept album col supporto delle istituzioni (si pensi a Lament, incentrato sulla “grande guerra”) piuttosto che in spazi autogestiti o più o meno esoteriche situazioni del circuito genericamente arty.

Sia come sia questo nuovo passo è promesso come più che avventuroso, col lìder maximo Blixa Bargeld che ci rende edotti dell’intenzione della formazione berlinese di voler continuare a percorrere e ricercare vie sempre nuove alla composizione. Quali siano queste nuove vie che situano l’album in “una stilistica terra di nessuno tra passato e futuro” non è dato sapere (in realtà di classiche impro in tour poi rielaborate in studio si tratta) e, in tutta sincerità, neanche ascoltare, visto che i quasi 80 minuti sono in totale scia al precedente Alles In Allem e ai lavori che lo precedevano.

L’innata capacità compositiva del quintetto nell’unire l’alto e il basso, il rumore e il pop, la sperimentazione e la riflessione socio-culturale, ecc. ecc., è cosa ormai più che stranota per chi frequenti l’universo EN e quindi verrebbe da chiedersi se queste dichiarazioni siano davvero la certificazione di qualche metodo compositivo di cui l’ascoltatore è ignaro oppure soltanto una modalità per attirare le luci dei riflettori su una band che da anni ormai ha rinunciato, pioneristicamente se si pensa anche alle modalità di diffusione delle proprie musiche, alla visibilità ufficiale fatta di estenuanti promozioni e investimenti da parte delle case discografiche (che tra l’altro non hanno più, visto che la Potomak è praticamente l’etichetta di casa).

Sia come sia, Rampen risulta un gran bel disco, vario e screziato, e ce lo dimostrano la percussività ossessivamente melodica di Ist Ist, non a caso il primo singolo scelto, una Everything Will Be Fine infestata dai micro-glitch prima di trasformarsi in un gospel del dopo-bomba, la suite sino-teutonica di Planet Umbra (una nenia aliena tra rumorismo minimale e umori orientali), l’epica industrial-pop di Pestalozzi, la stasi celeste dei droni di Tar & Feathers, le anime degli EN in perenne lotta tra deflagrazioni e passaggi riflessivi in Aus Der Zeiten.

Il fatto è che Rampen, album che non mantiene fede al proprio titolo, è un disco che non aggiunge e non toglie praticamente nulla agli EN: non indica una direzione ma non lascia nemmeno con l’amaro in bocca per mancanza di canzoni, non stupisce come avvenne, per dire, ai tempi di Silence Is Sexy con scelte radicali ma neanche delude vista la ricerca compositiva. Insomma, i palazzi non crollano più, almeno non più fragorosamente, e gli EN sembrano ormai pianificare spazi nuovi e accomodanti da abitare.

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