Recensioni

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L’indie rock anni 90 di marca Matador per molti è stato (ed è ancora) casa: dici quel nome e pensi subito a Yo La Tengo, Pavement, Built To Spill e affini, a una precisissima estetica che la label di Gerard Cosloy porta avanti da più di trentacinque anni nonostante il tempo e le mode che passano, nello spirito originario. Un po’ come tutto il resto, però, nel 2025 quello stile rientra ormai tra i tanti generi codificati e destoricizzati che si trovano all’interno di un magnifico calderone contenente un po’ di tutto, da cui le nuove generazioni, giovanissimi in testa, possono attingere a piacimento.

Non riusciamo a trovare chiave di lettura diversa da questa per il progetto Horsegirl, giovanissimo trio indie rock tutto al femminile proveniente da Chicago – ma di stanza a New York – il cui nome è apparso sulle mappe tre anni fa con un buon esordio, Versions Of Modern Performance, proprio per l’etichetta della Grande Mela con la produzione del veterano John Agnello e la benedizione di zio Lee (Ranaldo) come ospite. Se allora il suono creato dalle poco più che ventenni Nora Cheng, Penelope Lowenstein e Gigi Reece puntava su distorsioni e riverberi in ossequio al versante più rock e distorto di quel suono (i graffi dei Sonic Youth ma anche le carezze melodiche dei coniugi Kaplan, passando per i My Bloody Valentine più eterei), questo Phonetics On And On cambia decisamente rotta, suono e riferimenti, all’insegna di un minimalismo pop giocoso che parte, ovviamente, dai Velvet Underground e finisce alle Raincoats dopo essersi fatto un giro dalle parti dei Go-Betweens più storti, come manuale indie impone (si veda il singolo apripista 2468, o alla traccia di apertura Where’d You Go che pare frullare la Roadrunner dei Modern Lovers e Peggy Sue di Buddy Holly, o ancora la cadenza smaccatamente Marquee Moon di Information Content).

A garantire la qualità e l’attento patrocinio c’è adesso Cate LeBon che usa ancora lo studio dei Wilco, il Loft di Chicago (in cui, si ricorderà, aveva lavorato al loro Cousin) per agire di sottrazione e curare nel dettaglio un suono volutamente scarno e pieno di vuoti eppure corposo, rotondo, dando spazio ai giochi vocali e alle lallazioni (di chiara marca Stereolab) delle due cantanti, lasciando emergere le frequenze basse delle accordature abbassate (come Malkmus insegna) e del Bass VI (quel basso Fender a sei corde che sembra una chitarra, ma non lo è); in tal senso, Rock City è perfetta, coda motorik inclusa.

Se esteticamente e sonicamente è tutto a posto, a uso e consumo di cultori e di nostalgici, come sono le canzoni? Carine e cool il giusto, come si confà alla natura del progetto e all’identità college rock della band, con almeno un paio di episodi – la ballad atmosferica Julie, dal terzo disco VU, o la filastrocca Switch Over – che potrebbero sopravvivere nel tempo, dense come sono di innocenza e spleen giovanile.

Il resto della scaletta scorre tra una strizzata d’occhio ai Feelies (Well I Know You’re Shy), una ai Pastels (In Twos) e una ai compianti Silver Jews (I Can’t Stand To See You), in un’abbondante mezzora che fa sicuramente felici tutti gli attempati reduci dei 90s e nicchie, si spera sempre più nutrite, di coetanei affascinati dalla musica degli zii alternativi (ovunque meno che in Italia, ahinoi, ma vorremmo essere smentiti). La prossima volta, però, bruciamoli i manuali.

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