Recensioni

7.2

Arve Henriksen (tromba), Helge Sten (nastri, meglio noto come Deathprod) e Ståle Storløkken (tastiere) – ma lo strumento utilizzato è meramente indicativo – sono in arte i Supersilent e lo sono da almeno un ventennio scarso. 13 è, strano ma vero, il tredicesimo album in studio per i norvegesi, da qualche anno ormai orfani del batterista e fondatore Jarle Vespestad e pertanto “costretti” – immaginiamo anche con un certo giubilo, vista l’alta dose di coraggio e sperimentazione che i tre hanno sempre dispensato, sia come Supersilent che nelle prove soliste o collaborative – a reinventare e reimmaginare quel discorso sulla rarefazione e frammentazione del suono che da sempre li caratterizza: dapprima sul versante latamente jazz (di cui qualche rimasuglio è evidentemente presente anche in questo disco, come nel breve “intermezzo” 13.6), poi verso lande sempre meno consone e più impro/elettroniche (le svisate “horror-style” di 13.5 che sembrano un ponte con 9 e con certi passaggi di 12).

Questo 13, dunque, si caratterizza come una specie di nuova partenza, un riassetto ulteriore, sia interno al neo-trio che esterno, che porta i Supersilent sia ad abbandonare casa-base, quella Rune Grammofon che ne ha sempre marchiato le release, per la Smalltown Supersound di Oslo (già label di Jaga Jazzist, Biosphere, Arp, Tussle, The Thing ecc.), sia a ripensare totalmente il proprio approccio alla materia sonora. Ecco dunque un lavoro registrato praticamente in presa diretta in studio, con una sapiente abilità sia nel “riutilizzo” (alcune tracce come 13.1 e 13.5, erano state originariamente create nel 2009, con i Nostri freschi di abbandono di Vespestad), sia nel ripensamento per stratificazione (gran parte del materiale è relativo alla fine del 2014) dei vari centri (dis)aggreganti intorno a cui ruotano le musiche dei norvegesi, dotato di una invidiabile coesione di fondo che alcuni episodi della discografia più prossima non avevano – o, per lo meno, non davano a vedere – e con un rinnovato gusto per la sperimentazione anche più cruda e destabilizzante (la suite quasi-noise di 13.7). Tra droni estatici (13.4) e sotterranei (13.8), vuoti e silenzi che si alternano a pieni quasi cacofonici, elegie da aurora boreale (la chiosa 13.9), astrazioni elettroniche (13.1) e disarticolazioni ritmiche (13.3), i Supersilent dimostrano di aver riorganizzato le idee e di essere pronti a riprendersi il podio dell’avant.

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