Recensioni

6.7

Substrata, l’album più noto di Geir Jenssen, contiene uno dei brani (Hyperborea) inclusi nella colonna sonora dell’ultimo film di Terrence Malick The Tree of Life. A Seattle, lo scorso luglio, si è svolto un festival omonimo, Substrata 1.1, dove il musicista norvegese era presente sia nelle vesti di headliner sia come curatore di un workshop che ha portato un gruppo di fortunate persone alle Cascade Mountain Range per una session di phono-registrazioni.

Geir è un pilastro dell’ambient techno da oltre vent’anni. Dal suo primo lavoro ambientale a nome Bleep (The North Pole by Submarine, 1989) alla seguente carriera come Biosphere, il norvegese della prolifica Tromsø (Bjørn Torske, Röyksopp, Mental Overdrive) ha istituzionalizzato la propria figura come padre fondatore della arctic ambient (variante nordica della prima IDM britannica) e aperto la strada alle numerose derive chillout dei Novanta.

Negli anni, il musicista ha affinato le proprie tecniche come field recorder e scalatore professionista colmando così il gap tra la natura e musica. Il taglio ambientalista, del resto, si è presto tradotto in una misurata ricerca ricombinatoria degli elementi precedentemente messi in campo e non ha prodotto album che andassero oltre il compiacimento dei fan. Lo scorso lavoro (Dropsonde) poneva l’accento su un (post)jazz davisiano abbondantemente esplorato, mentre in quest’ultimo si ritorna ai quadretti narrativi della Tromsø pre-Röyksopp, a un IDM più brit che mai (echi Orbital in Genkai-1 e Fujiko) e alle solite soundtrack fine ’70 (Jōyō), con la differenza che questo lavoro si pone come un concept a dir poco preveggente.

N-Plants è basato sul sogno post-bellico giapponese e, in particolare, sul futuristico programma nucleare del Paese iniziato nel dopoguerra. Lo scorso febbraio il norvegese, ignaro oracolo di quel che sarebbe successo, affascinato dalle fotografie delle centrali e preoccupato dalla loro vicinanza al mare ha inciso le tracce dell’album dosando il rassicurante nitore giapponese (il sogno post-war) al compatto movimento verso il futuro (Shika-1) attraversando il mix con sinistri sibili (Sendai-1, Ikata-1) e scuri/imperturbabili loop ritmici, aggiungendo infine sporadici monologhi in giapponese (Fujiko, Monju-1).

E’ il lavoro più ispirato da un po’ di tempo a questa parte, ma quel che avrebbe potuto essere una grande opera, è in ultima analisi ‘solo’ un lavoro dignitoso.

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