Recensioni

“Le cose si fanno più pesanti quando invecchi. A 47 anni, non posso più scrivere dalla prospettiva di uno che che ne ha 25. La mia vita e tutto ciò che c’è intorno sono cambiati troppo”. Benji è un piccolo cane/star, che negli anni Settanta fece il giro dei cinematografi del mondo, documentando un’intensa storia di amicizia e legame fra umani e animali. Il solito film, insomma, guardato in un solito pomeriggio, in una solita posizione, su un solito divano, da Mark Kozelek. Che, come gli succede da 40 album a questa parte, riesce a far diventare il “solito” di una bellezza disarmante.
Benji segue a soli due anni di distanza il precedente Among The Leaves, e Kozelek non è mai stato effettivamente fermo. Lo abbiamo seguito nelle sue elucubrazioni elettroniche a fianco a Jimmy Lavalle in Perils From The Sea e persino nel canto rupestre dell’album omonimo con i Desertshore. Ci si può domandare in eterno come e perché scelga il moniker a cui affidare le sue produzioni mastodontiche di testi e musiche, ma sarebbe inutile. Quel che è certo è che sulle spalle di Benji pesa il borsone acido e crudo della Morte, che s’affaccia puntuale in ogni verso, senza lasciare scampo.
C’è chi dice che Benji sia l’album più cupo della produzione di Kozelek. E forse non ha tutti i torti. Ma è una nuova cupezza, quella che ritorna in questi versi. È la cupezza che ha reso grandi i capisaldi letterari di tutto il Novecento e non solo. È la cupezza che fa rima con disincanto, con amarezza, con rassegnazione, con misurazione. Non c’è struggle, non c’è lotta per ottenere promesse di felicità o un Eden di tranquillità. Kozelek, un po’ come un altro cantastorie toccato dalla vita, ovvero Mark Oliver Everett: è immobile, come il saggio stoico di fronte alla tempesta. E questa sua consapevolezza, questa sua cognizione del dolore gli rende due grandi tributi. Il primo è la possibilità – quanto mai sdoganata in Benji – di parlare di sé, con una sincerità e una dedizione imbarazzante. Il secondo è lo scintillio dell’umorismo, che – come sa bene chi conosce Pirandello – è la cifra stilistica del tragico. Kozelek fa ridere molto nei suoi testi, ma è una risata a denti stretti, che fa scattare subito il pensiero sull’agonia dell’esistenza.
Sbaglia chi dice che Kozelek e Benji si possono capire solo se si ha familiarità con le idiosincrasie del cantastorie dell’Ohio. Certo, Benji è decisamente un close-up intenso sulle vicende biografiche, sugli strappi esistenziali, sui lutti, sulle amicizie perse e ritrovate dell’artista, ma, una volta finito l’ascolto, fruito come un grande affresco emotivo, la sensazione che ci lascia è quella di aver acquisito un po’ più di consapevolezza di noi stessi. E così, Carissa – cugina, abbandonata e quasi dimenticata in qualche angolo di memoria – irrompe bruscamente nel fingerpicking e nella tonalità monocorde del brano eponimo, quando a causa di un aerosol nella spazzatura va a fuoco e perde la vita. Solo la prima – anche se la più bizzarra – delle epifanie mortuarie che sono il motore propulsore di Benji. Carissa non è un personaggio bidimensionale o passivo. E’ veramente lei che tiene in mano, corregge e dirige lo spessore dei versi di Kozelek. Anche perché la più casuale e terribile delle morti si perpetua ai danni dello zio in Truck Driver, morto anche lui in un incendio, il giorno del suo compleanno.
Sembra di assistere alla poetica del “piccolo fatto vero” di Sanguineti, quando sentiamo le storie musicate dai Sun Kil Moon. Le coordinate geografiche e temporali sono sempre molto precise e il linguaggio, molto spesso, tanto scarno ed essenziale da sembrare un corpo corrosivo, un corpo – parola, una parola – carne. È una parola-carne che però non urla, non ruggisce, ma recita d’un fiato la nenia escatologica e finale. Anche quando tende a fare ironia, come in Dogs, dove, malgrado il canto quasi disperato, si esercita in un’elenco di esperienze sessuali particolarmente “memorabili”.
La band Sun Kil Moon, ancora una volta rimodernata da un azzeccatissimo Steve Shelley (Sonic Youth) alla batteria, dai cori soavi di Will Oldham e dai tasti di Owen Ashworth (Casiotone for the Painfully Alone), è, come sempre, ben equilibrata. Spesso si lavora per mettere in risalto le tinte monolitiche della voce di Mark, ma altre volte l’ensemble sembra creare un giusto mix di blues, pop e folk. Succede che l’arpeggio prolungato e contorto di I Watched The Film The Song Remains The Same sottolinei l’incanto di un fan di fronte al celebre film sui Led Zeppelin. Succede che Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes venga plasmata come un basso Tombstone Blues, nel quale la morte del famigerato serial killer finisce con l’equivalere al momento in cui facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro più generale (non importa se a morire sia l’Ayatollah, Reagan o “quel tizio dei Sopranos, che è morto alla stessa età del nostro batterista” (Shelley) [sic!]). Succede che il pop e la melodia conquistino i brani più belli del disco: I Love My Dad, Micheline e Ben’s My Friend.
I Love My Dad è il perfetto contraltare della già bellissima I Can’t Live Without My Mother’s Love (“mia madre ha 75 anni ed è l’amica più cara che ho nella mia vita”) ed è una ruggente ballad fondata praticamente su un unico accordo in stile Red House Painters ed armonizzata da un chorus intelligentemente gospel. La chicca sta – come già succedeva in passato – nell’ennessimo scimmiottamento di un album dei Wilco di Nels Cline. Micheline è lo struggente racconto di come la notizia della morte dell’amico Brett nel 1999, faccia rinvenire dalla gioia di aver partecipato alle riprese di Almost Famous (in questa memorabile scena). Ben’s My Friend, infine, è l’essenza dell’amicizia maschile distillata in canzone. Ben è l’amico di Kozelek, Ben Gibbard (Death Cab For Cutie, Postal Service), a cui, in occasione di un concerto a Santa Fe, Mark è andato a far visita. L’inadeguatezza del luogo, i ragazzini con i cellulari al cielo, quelli ubriachi, la fama trasversale dell’amico (con il quale rivaleggia un po’), hanno spinto Kozelek ad abbandonare la venue e a cedere il pass per il backstage a due “belle ragazze asiatiche”. Avrebbe telefonato a Ben, augurandogli tutto il bene possibile, perché se lo merita.
Benji, il sesto album in studio dei Sun Kil Moon, è un’opera fondamentale, che va a caccia di referenti nel mondo della letteratura, più che in quello della musica, pur essendo un disco assai fruibile. Archiviata l’epoca dei segreti, delle ellissi, del non detto, Kozelek è finalmente il poeta di se stesso, pronto a cogliere, con l’acuta vena che l’ha sempre caratterizzato, le idiosincrasie del suo e del nostro animo, del suo e del nostro tempo.
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