Recensioni

Mark Kozelek riparte dalla sua Caldo Verde e ricomincia a fare i conti con se stesso, e lo fa prima di tutto guardandosi indietro. La ristampa di Ghosts of the Great Highway ci sembra proprio questo: un modo per ricordare, per riordinare le idee, per capire se si può ripartire davvero dopo la fine dei Red House Painters. Del resto i Sun Kil Moon ricordano inevitabilmente quell’esperienza fondamentale che ha attraversato tutti gli anni Novanta, quel songwriting a cui il revanscismo folk di questi ultimi tempi deve certamente qualcosa.
Al solito voce, chitarra e poco altro: una voce che dà il meglio di sé quando riesce ad allungarsi sull’ultima sillaba di un verso, e uno stile chitarristico sobrio ma tutt’altro che povero. L’impressione è che l’apice creativo Kozelek l’abbia già raggiunto anni fa, eppure ci si meraviglia ancora della facilità con cui riesce ancora ad ammaliarci con poche note, fossero pure quella di una canzone non sua, Somewhere di Leonard Bernstein. Man mano che il disco procede sembrerebbe addirittura farsi strada un’atmosfera più limpida, quasi mediterranea, col mandolino che fa capolino in Duk Koo Kim e l’incedere di Si, Paloma o, ancora, i violini che affiorano in Pancho Villa.
A conti fatti abbiamo un suono meno lacerante che in passato, ma certo mai del tutto pacificato, sia che si lasci prendere da qualche ansia elettrica, come in Salvador Sanchez o in Lily and Parrots, sia che sprofondi semplicemente in se stesso. Non c’inganna il ritornello appena accennato di Last Tide né l’istantanea di Floating e neanche il ritmo da marcetta di Gentle Moon.
Ci ritroviamo così in modo del tutto naturale sul secondo cd in cui Kozelek sembra ripiegarsi totalmente sul passato. Le versioni acustiche o alternative di Salvador Sanchez, Somewhere, Carry Me Ohio o Gentle Moon ci riportano davvero indietro nel tempo, e a tratti lo fanno con un’intensità tale da farci pensare che i fantasmi a cui si riferisce il titolo siano quelli evocati dalle migliori canzoni dei Red House Painters.
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