Recensioni

7.3

Detto fatto. Arriva puntuale come un orologio svizzero l’ennesima produzione di Mark Kozelek in questo 2013 fortunato. Creatura multiforme che sembra aver momentaneamente accantonato il moniker Sun Kil Moon, Kozelek è tornato alla carica dopo aver sperimentato i pattern elettronici conditi all’occasione dal figlioccio Album Leaf. Ed è tornato come meglio sa fare: con al suo fianco la band strumentale Desertshore, composta dal compagno di sempre Phil Carney (già insieme nei Red House Painters e Sun Kil Moon) e dal pianista classico Chris Connelly, ai quali si aggiunge, in fase di registrazione, il batterista dei Sun Kil Moon Mike Stevens. Il risultato, musicalmente parlando, è una nuova linfa per brani slow che non sfigurerebbero nelle tracklist degli album di gioventù delle varie formazioni del cantautore di San Francisco. Ma non solo: i lunghi tappeti di piano e i ritmi spesso sincopati rendono Desertshore uno degli album più “movimentati” della sua carriera.

Come spesso accade quando si parla dell’aura monotona e coinvolgente delle corde vocali di Kozelek, la vera virtù del disco si nasconde nei testi. Sembra – ora più che mai – che il nostro non abbia più paura di nulla. L’attitudine timida e spersonalizzante che aveva toccato, a volte, la sua produzione, lascia il posto ad un autobiografismo spiazzante, di quelli che quasi imbarazzano l’ascoltatore. Ci troviamo immersi in particolari intimi della vita dell’autore, che come vene pulsanti, ritrasmettono nero su bianco storie, ricordi e i sentimenti di sempre. Come in Livingstone Bramble, dove una scenetta di insonnia si incrocia con ricordi di vita d’artista in contesti difficili (“Ho telefonato al mio promoter spagnolo riguardo l’imminente tour in ottobre / erano le quattro del mattino quando mi sono rilassato e ho stretto a me il mio amore”) che finiscono nel più umile (e forse triste) dei modi: guardando un incontro fra Ray “Boom Boom” Mancini e Livingstone Bramble sul canale ESPN Classic.

E Livingstone Bramble ci permette di parlare dell’ispirazione quanto mai giocosa e divertita che regna, sia musicalmente (con i Desertshore a fare il verso ai Crazy Horse), sia dal punto di vista del songwriting. Leggete qua: “Posso suonare come Fripp o come Johnny Marr / fare giri come Jay Ferrar”. Non sembra Kozelek. O forse sì, perché subito dopo spunta il solito dentino avvelenato: “I hate Nels Cline” sentenzia nella canzone, mentre Carney si cimenta in un assolo terribile, che dovrebbe parodiare i Wilco. Ma la vena ironica non si esaurisce qui, perché viene condensata e mixata egregiamente a un fingerpicking malinconico di Tavoris Cloud che mette nella stessa strofa la mancanza lacerante che si prova per il piccolo gatto morto nel 2011 e… “slipped off to kitty heaven”, con la dipartita dell’amico Tim Mooney degli American Music Club, che sprigiona in Kozelek un senso di tenerezza e di consapevolezza amara sulla vita.

Musicalmente intenso e orchestrato secondo metodi vagamente chamber rock, Desertshore riserva ancora sorprese per gli amanti di Kozelek. Perché la scrittura personalissima non omette racconti e storie degne delle migliori sceneggiature hollywoodiane. Come quella di Hey You Bastard I’m Still Here, nella quale Mark racconta di aver letto la Bibbia Satanica da bambino e di aver incontrato Anton LaVey, leader della Chiesa di Satana, in un supermercato dell’Ohio. Non dobbiamo crederci, ma l’impatto è potentissimo. Così come lo è nel ritratto anaforico di Jason Molina, citato in Sometimes I Can’t Stop o nelle parole rassicuranti del padre dopo la morte di uno zio in Brothers, alle quali si aggiungono un falsetto singolare e una coda di pianoforte che spegne il disco nel silenzio della morte.

Non è certo l’opera che consegna Kozelek alla Storia, questa con i Desertshore, perché lui nella Storia c’è già. E il nuovo lavoro lo conferma semplicemente, consegnandosi ai posteri nello splendore intatto di un ennesimo masterpiece. Così ormai ci ha abituato e il rischio di viziarci rimane alto. Assetato di storie e impavido, però, Kozelek rimane il ragazzo insicuro di un tempo, con la differenza che ora è capace di dirlo al mondo, senza temere le conseguenze. Così semplifica in Tavoris Cloud: “At the age of 46 I’m still one fucked-up little kid who cannot figure anything out”.

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