Recensioni

7.5

Non ero una promessa, non ero fico, non ero intelligente, non ero fidanzato, non ero un dj, non ero uno studente, non ero un atleta, non ero arrabbiato, non ero così confuso. Cos’ero?

I romanzi di formazione seguono uno schema abbastanza riconoscibile, una parabola che determina un cambiamento attraverso vari gradi di complicazioni e avversità. A pensarci bene, si potrebbe dire che ogni romanzo è anche un romanzo di formazione. La differenza è spesso costituita dal ritmo, dalla densità, dalla velocità relativa che intercorre tra i protagonisti e il mondo. Dalla sostanza e profondità del suddetto cambiamento. Nel caso di L’impero di nessuno, esordio letterario di Stuart Murdoch, tutto sembra muoversi in un ralenti fisico ed emotivo che sembra smorzare la dinamica, definendo una quasi-inerzia che spingerebbe a definirlo un romanzo di contro-formazione. Ma non sarebbe solo un azzardo: sarebbe un errore. 

A partire dal fatto che la relativa lentezza degli accadimenti e in generale la mancanza di quelli che un po’ oziosamente potremmo chiamare wow-moment (i cari vecchi colpi di scena), riflettono accuratamente ciò che il libro vuole raccontare: la vita nella Glasgow degli anni Novanta di ragazzi affetti da sindrome da fatica cronica, o se preferite encefalomielite mialgica (ME). Tenendo presente che si trattava, all’epoca molto più che adesso, di una malattia misconosciuta e per molti versi disconosciuta (del resto i primi criteri diagnostici erano stati pubblicati solo nel 1986). 

Ora, Murdoch ne soffre davvero e fin da ragazzo, è persino ambasciatore della Open Medicine Foundation, organizzazione statunitense impegnata principalmente nella promozione della consapevolezza della ME. Ma questo suo romanzo è, appunto, fiction e non un memoir autobiografico. Anche se, beh, per molti versi è anche un memoir. Voglio dire: come non vedere in Stephen, il protagonista e io narrante, uno Stuart neanche troppo dissimulato? DJ, aiutante di palcoscenico e promoter di concerti, in generale animato più dalla passione che dal talento, molla tutto perché sempre più avvolto in un bozzolo di fiacchezza e dolore. Il malessere diventa cronico e lo consuma al punto da costringerlo, magrissimo e debolissimo, a un ricovero che gli salva letteralmente la vita. Eppure, sente che il suo status non viene percepito. In ospedale si limitano a nutrirlo: il primario non ritiene che debbano applicarsi altre terapie, dal momento che non individua la patologia.

Esce da questa esperienza come dimezzato. Si muove come una larva nella propria stessa vita. Stringe una relazione di amicizia quasi fraterna con Carrie, anche lei affetta da ME e quasi sempre auto-confinata in camera sua, tra depressione e antidepressivi. Si parlano, dichiarano la vicendevole stanchezza, così simile alla rassegnazione. Si leccano le ferite senza neanche sperare nella possibilità di una guarigione. Si rattrappiscono, implodono. Ma Stephen ha qualche scintilla di energia residua, si affida a un abbozzo di fede, tenta di tenere la testa sopra la linea di galleggiamento. 

Fa amicizia con Richard, bravo chitarrista, anche lui anima resa opaca dalla ME. Decidono di dare una sterzata alle proprie esistenze e di condividere la passione per la musica e un appartamento. Una mossa quasi disperata, che però paga: allestiscono un duo estemporaneo, Stephen non sa suonare granché ma sa scrivere canzoni. Una facoltà che sembra arrivargli, come dire, malgrado lui. Quindi, grazie anche alla sovvenzione prevista dallo Stato per la loro disabilità, mettono da parte abbastanza per programmare un viaggio in California, non fosse che per evitare l’inverno di Glasgow, “la città del gentile calcio nei coglioni”.

Prima a San Francisco, poi a San Diego, Stephen e Richard si crogiolano in un sollievo opaco, gallleggiano nella consueta difficoltà ad accogliere la vivacità spigolosa e batterica dell’esistenza. Ma, comunque, ci provano. Si aprono. Prendono il ritmo. Stephen si obbliga ad andare a un concerto e la scelta lo premia: conosce Janey. Bella, ma fidanzata. Però batterista. Qualcosa si avvia. Musica, sentimenti. Lentamente, si schiudono possibilità: nasce pure un abbozzo di band, i Nabisco Cats (!). Il bozzolo sembra assottigliarsi.

Sono andati tutti dall’altra parte. Non a tutti piace la musica, non a tutti piace la musica con le chitarre, non a tutti piace quella musica poetica e dolce. Nel mio rapimento pensavo che tutti fossero con me, ma non era così. Ogni volta che rifinivo i miei gusti, perdevo quasi tutti, finché, nella mia caccia al tesoro musicale mi sono girato a guardarmi indietro. Era una mattina color rame e ambra di fine settembre, e mi trovavo da solo in un bosco silenzioso. I capelli sudati per la corsa, il fiato ansimante, ma completamente solo. E così sono rimasto

È insomma una lettura che agisce a più livelli. Di base, intriga col suo passo letargico e la sensibilità con cui rivela lo splendore degli accadimenti “normali” nel momento stesso in cui racconta la privazione della cosiddetta normalità: qui si fa strada il tema della ME e della consapevolezza necessaria – anche a livello sociale e politico – di cosa davvero significhi. C’è però anche un aspetto simbolico: lo sguardo di Stephen è quello di un ragazzo dei Novanta che fatica (letteralmente) ad adeguarsi a una società sempre più orientata alla performance, perciò sembra esistere in una dimensione parallela, in un’economia di gesti e pensieri misurati, accorti e assorti, lenti. Una letargia esistenziale che avvolge prospettive e obiettivi in una foschia densa, rendendoli sempre meno visibili. Qui entrano in ballo i Belle And Sebastian.

La band, che prenderà vita nel 1996, nella quasi-realtà del romanzo non viene mai citata, ovviamente. Il romanzo si muove in una dimensione che potremmo definire il prequel dei B&S. Ma alcune canzoni che Stephen scrive portano titoli, come dire, ben noti. Ok, sono solo questo: titoli. Connessioni sottili ma potenti tra finzione e il reale che sarà. Meno esplicito ma altrettanto significativo è invece l’impasto di indolenza e tenacia, fragilità e passione che permea la scrittura: quella che troveremo nella musica – e nei testi – dei B&S, soprattutto nei loro primi quattro album. Simile è quel senso di umanità in equilibrio su un’incertezza strutturale ed esistenziale, di storie che compongono un cantico di abbattimento e speranze residue, inseguendo le tracce di giovani vite svuotate, disposte alla tenerezza e alla meraviglia ma esposte sulla linea di tiro del fallimento, sempre contese tra aspettative e disillusione (come la protagonista di Expectations, seconda traccia di Tigermilk: “Do you want to work at C&A’s/’Cause that’s what they expect/Move to Lingerie, and take a feel/Off Joe the storeman”). 

Ecco perché mi sento di dire che Murdoch ha scritto un buon romanzo: perché, esattamente come le canzoni della sua band (ovvero di quelle risalenti a prima, consentitemi, che perdessero quella meravigliosa grana periferica ben espressa dal celebre verso: “We’re not terrific but we’re competent”), si fa carico di rappresentare tutto quello che gli ultimi decenni hanno soffocato e gettato in un angolo, la possibilità stessa che si possa vivere senza obbligatoriamente competere, senza sgomitare per il miraggio delle prime file, rifiutando di essere le pedine armate di un massacro sociale istituzionalizzato. 

Il problema è che per la società della performance la ME è una malattia inconcepibile, malgrado sia stata scientificamente individuata e accuratamente descritta: perché è complessa da misurare e quantificare, quindi problematica da monetizzare. Inevitabile quindi che il brodo culturale di cui tutti siamo imbevuti ci inviti a guardarla con sospetto, a considerarla una strategia di ripiego, un alibi parassitario. Smontare questa narrazione con testardaggine e gentilezza, con tenacia e un’animosa sensibilità, mi pare una missione di cui letteratura e musica possano – debbno – farsi carico. O almeno fallire provandoci.    

Che poi in fondo è tutto lì, alla fine: amori non corrisposti e quello che ti capita”

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