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6.9

Contemporaneamente alla disponibilità in streaming del nuovo album, Stuart Murdoch ha diffuso un tweet che tra le altre cose recita: «Understand it’s not Sinister, Tigermilk or Arab Strap. Understand we can’t take you back to those days and the way you felt then». Non so voi, ma personalmente non posso fare a meno di sentirci un cocktail di irritazione preventiva ed excusatio non petita. Anche perché stiamo parlando di un disco – l’undicesimo di inediti targato B&S – strutturato proprio sul riverbero poetico, formale e direi persino esistenziale del passato nel presente, a partire dal titolo (A Bit Of Previous, che pare riferirsi anche alla concezione buddista della reincarnazione) e scegliendo come opening track una Young And Stupid nella quale è esplicito quello sguardo su ciò-che-era-e-non-è-più di cui troviamo tracce più o meno in tutti i pezzi restanti. 

C’è un’altra cosa: il “suggerimento” di Murdoch sembra dare per scontata una platea composta da vecchi fan, come se implicitamente ammettesse l’assenza – l’impossibilità – di un pubblico “nuovo”, contemporaneo. Un minuto dopo aver letto il tweet, mi è venuto quindi da chiedermi: cosa potrà pensare oggi un ragazzo (ventenne? Venticinquenne?) di un disco del genere, sempre che abbia voglia di prenderlo in considerazione? Nel caso, probabilmente gli sembrerà il parto di una band piuttosto autorevole, quasi istituzionale, perciò un po’ sepolcrale ed esausta, terribilmente oppure fantasticamente fuori tempo in un tempo che il tempo lo stratifica, lo ripiega, lo comprime, lo sovrascrive di continuo. Se tiro in ballo un ventenne/venticinquenne è perché, banalmente, avevo circa quell’età quando i B&S fecero la loro comparsa nel bel mezzo dei 90s e ricordo bene lo spazio (il senso) che le canzoni di questi sparuti ragazzi di Glasgow si guadagnarono in generale e nel mio caso in particolare.

Ecco: se avete intenzione di continuare a leggere queste righe, vi toccherà sopportare – con buona pace del sempre caro Stuart Murdoch – il ruolo della memoria nel giudizio sul nuovo disco dei Belle And Sebastian e, va da sé, sul loro senso come band oggi, un anno dopo avere doppiato il quarto di secolo di esistenza. 

Bisogna innanzitutto dire che le canzoni di “Sinister, Tigermilk or Arab Strap” suonavano un po’ come candele accese nei tardi pomeriggi senza sbocco di qualche periferia spaurita dell’Europa di fine millennio, avevano la forza di un gesto insostituibile, erano l’azzardo “non eccezionale ma competente” che riscattava lo squallore della marginalità grazie a un immaginario tanto delicato quanto tenace, strutturato a forza di ascolti, visioni e letture. Erano lo scintillio sulla corazza di sensibilità, cultura e pura joie de vivre che ti proteggeva (o provava a farlo) dalla coltre soffocante della malinconia, dalle nubi cupe che si addensavano sui cieli del “New World Order”, dai lupi e dalle iene insomma dei rampanti 90s. 

Non si può certo rimproverare a Murdoch e soci di essersi evoluti da allora, ovvero d’essere cresciuti, persino invecchiati, in un mondo che non solo è cambiato, ma ha stravolto un paradigma dopo l’altro. Un mondo in cui, ad esempio, non sono certo che le periferie siano le stesse di allora, anzi credo proprio che non lo siano più, metabolizzate da una politica di servizi e arredi urbani massicciamente omologata, dalla metastasi di una gentrificazione spietata, dalla prassi della connessione pervadente che ricodifica le distanze senza peraltro (col cazzo) annullarle.  Vero è che pure loro, i B&S, si sono forse, come dire, messi fin troppo comodi sulla posizione guadagnata e consolidata, traslando di buon grado dalla cameretta al salotto, dove da qualche anno – a spanna, da Dear Catastrophe Waitress in avanti – sembrano nascere le loro canzoni, magari in un bel silenzio pneumatico garantito da infissi robusti che, per quanto riguarda quelle periferie, come dire, abbiamo già dato, grazie, restino pure fuori. 

Insomma, Murdoch e soci sono usciti vivi, fin troppo vivi dagli anni Novanta. Possiamo fargliene una colpa? Certo che no! Ma questo sono oggi i B&S, gli adorabili B&S: una band resa più “terrific” e al tempo stesso più “competent” grazie a dosi quotidiane di professionismo, da cui l’antico brio affiora più o meno regolarmente ma ormai privo dell’antica, meravigliosa fragilità.  

Detto questo, e tenutone debitamente conto, A Bit Of Previous è un buon disco. Vario, energico, intenso, dalla scrittura mediamente ispirata con qualche picco considerevole. Un disco intriso di soul, di pop elettrizzato e sintetico, di aromi Sixties e Eighties. Un disco di classe. Che azzecca qualche pezzo capace di insidiare la Top 20 del loro canzoniere, come il carillon toccante di Do It For Your Country (non certo a caso il pezzo consigliato da Stuart nel tweet succitato), il valzerone snervato doo wop di Sea Of Sorrow o la felpata If They’re Shooting At You, con tastierina acidula, tromba pastello e nebbiolina gospel a stemperare quel po’ di amarezza che non va ne sù né giù. Il resto è mestiere di buon livello, sorretto dal giusto dosaggio di convinzione e fragranza, con Sarah Martin sempre più disinvolta nel ruolo di vocalist (vedi il funky sintetico con effettistica Moroder di Reclaim The Night) e soprattutto la capacità di svariare con grazia, come quando Deathbed Of My Dreams rievoca la malinconia torbida e sonnacchiosa dei Kinks, oppure quando nella swingante Come On Home intravedi l’ebbrezza geometrica di certi Steely Dan, per non dire della verve acrilica Abba sublimata nella disco pastello di Prophets On Hold

In definitiva, forse l’aspetto più importante è che rispetto ad alcune prove interlocutorie (o defatiganti) degli ultimi anni, pare che i B&S abbiano recuperato la facoltà di apparire speciali anche quando sembrano scrivere con la mano sinistra, come nel caso della trafelata Unnecessary Drama – armonica morriconiana sotto benzedrina e up-tempo a testa bassa – e della conclusiva Working Boy In New York City, tutta morbidezze errebì con flauto e coretti a sgranare la vena agrodolce. Come sarà accaduto? Non è dato sapere, ma un indizio lo abbiamo.

A quanto pare le incisioni avrebbero dovuto tenersi a Los Angeles nella primavera del 2020, ma ovviamente tutto è saltato col deflagrare della pandemia. Quindi, contrordine: giocoforza i ragazzi hanno dovuto riportare tutto a casa, ovvero ripiegare sulla cara, vecchia Glasgow, dove non registravano un disco dai tempi di Fold Your Hands Child, anno 1999, che poi guarda il caso è l’ultimo album della loro fase più alta, a insindacabile parere di chi scrive. Nel loro caso quindi, e per ciò che riguarda la trascurabile dimensione di un disco pop-rock, la formuletta che ci ha ammorbato i giorni durante il primo lockdown non è stata solo uno slogan: ne sono davvero usciti migliori.

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