Recensioni

Molto di quello che penso di questo Late Developers l’ho già scritto qualche mese fa (otto, per la precisione) a proposito del predecessore A Bit Of Previous. Non a caso queste undici nuove canzoni provengono dalle stesse incisioni, che – lo ricordiamo – avvennero nella natia Glasgow perché la pandemia mandò all’aria il piano di sessioni in quel di Los Angeles. Una scelta forzata che, sospetto, ha contribuito in qualche modo a corroborare la vena, il taglio e l’intensità dell’ispirazione: non è certo un mistero – soprattutto in musica – che riportare tutto a casa a volte significhi mettere benzina nel motore, riflettersi nello specchio che ti permette di vederti (di) nuovo. Fatto sta che a quel disco già buono – uno dei migliori dai tempi di Fold Your Hands Child – se ne aggiunge oggi uno (il dodicesimo di inediti) altrettanto buono.
Aggiungo la più ovvia delle considerazioni: la “bontà” di un disco firmato Murdoch e soci oggi ha un senso molto diverso da ieri (dove per ieri s’intende ormai un quarto di secolo fa). Quei ragazzi intrisi di periferia anni ‘90, impegnati a grattare la pancia del grigiore, a costruirsi addosso forme anomale ed esauste di entusiasmo, a soppesare possibilità e impossibilità di un qualche tipo di riscatto, a crogiolarsi in un catalogo di desideri minimi, a fare i conti con la presenza sempre meno letteraria e sempre più concreta del dolore, ovviamente (fortunatamente?) non esistono più. Se la sono cavata come quasi tutti, cioè finendo intrappolati nella maturità, con conseguenze più o meno gravi.
Una di queste conseguenze, tra le più evidenti, è che quello sguardo tremulo su un presente che non si decideva a diventare futuro – e che su quel crinale aveva la capacità di sfoderare tanta forza e fragilità da lasciarti senza fiato – è stato sostituito dalla consapevolezza che il tempo è innanzitutto un dominio del passato. La narrazione diventa quindi un processo di allontanamento, di sguardi all’indietro, di consunzione, un bilancio che tenta di tenere assieme ciò che resta delle prospettive, un’idea tanto solida quanto problematica di “qui e ora”. Tu chiamala, se vuoi, maturità: la fregatura che tocca a quasi tutti. Vale a dire un confronto continuo col tempo, con ciò che è stato, con ciò che si è stati, quindi un tentativo di organizzare la memoria come racconto, di darle senso. Vedremo come tutto ciò affiori costantemente nei testi.
Limitandosi all’aspetto musicale, i Belle And Sebastian degli anni Venti del ventunesimo secolo sono una band con un’ottima discografia alle spalle e una competenza che ormai si sovrappone all’entusiasmo, talora spingendolo in secondo piano. Tutto quanto scritto finora dovrebbe spiegare perché non riescono più a suonare cruciali rispetto al presente, tuttavia a loro favore gioca il fatto di averlo ben capito e accettato. In ragione di ciò hanno smesso di cercare soluzioni e direzioni che permettessero loro di stare sul pezzo, a favore di un esercizio sbrigliato di talento, attitudine, predilezioni.
Il risultato è un nuovo lavoro che come il (e forse un pizzico meglio del) predecessore sciorina un plotoncino di canzoni notevoli, stilisticamente varie, scritte e confezionate con verve e puntiglio. Tra musica e testi prendono vita teatrini deliziosamente contraddittori, in grado di spargere irrequietezza tra melodie ammalianti, di annidare tensione nello spumeggiare ritmico: sono piccoli e generosi tentativi di sdrammatizzare che rendono evidente l’esistenza di un dramma cupo e coriaceo nel cuore della cosiddetta, appunto, maturità, e quindi di intercettare il battito cardiaco del fanciullino che sta come un fantasma nella macchina di carne e rimpianti che, a noi spiacendo, tocca diventare.
È quello che ci trasmette l’incedere abbacinato e febbricitante – fregola errebì masticata wave – di When We Were Very Young (“I wish I could be content with my daily chores/With my daily worship of the sublime”), il funkettino pastello di Do You Follow (“And we are all vessels, and we contain the past”), l’effervescenza up-tempo deliziosamente chitarrosa di Give A Little Time (“You don’t have the time to waste time”), una Will I Tell You A Secret che sprimaccia palpitazioni cameristiche e spettri da cameretta (“We were happy until we said tomorrow”), oppure quella So In The Moment che permette a Stevie Jackson di smerigliare le corde e la verve psych (“It’s a long way to yesterday/No matter what I do or say/It keeps getting further away”), per non dire della title track che chiude la scaletta smazzando mambo e soul in una sorta di pseudo festa defatigante (“People wasting all my time cos time grows thin”).
Questa chiave poetica forte autorizza la band a fare con spudoratezza ciò che in fondo è sempre stato nella loro natura: sfogliare la margherita degli stili senza badare alla coesione, affidarsi al carosello dell’estro per scolpire la sagoma sfaccettata di un’identità corale. Così il j’accuse malmostoso di Juliet Naked può squadernare folk elettrificato in punta di nervi, When You’re Not With Me chiamare Sarah Martin (sempre più sicura come cantante) a pilotare un funkettino acrilico surriscaldato, The Evening Star giocare la carta del soul-errebì sfornato caldo dai Muscle Shoals, When The Cynics Stare Back From The Wall – a quanto pare recuperata dai primi anni ‘90 – solleticare la parte più tenera dell’anima con una ballatina flautata (alla voce con Stuart c’è Tracyanne Campbell dei Camera Obscura) e infine, soprattutto, I Don’t Know What You See In Me sculettare pop plastificato con la leggerezza ventrale di un adolescente su TikTok (ne è autore il concittadino Pete Ferguson, in arte Wuh Oh).
In conclusione e dovendo riassumere – come spesso si fa nella strana, inutile arte che sono le recensioni – direi che con questo Late Developers i Belle And Sebastian non mettono a segno un capolavoro ma compiono un ulteriore passo verso lo status di maestri nell’arte di confezionare canzoni incantevoli che raccontano cose forse non terribili ma piuttosto amare e forse persino spietate. Se vi pare poco.
Live inside your head
Get out of your bed
Brush the cobwebs off
Wash your crazy mop
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