Recensioni

Avete presente quella frase che si trova sul fondo della confezione di tanti prodotti alimentari?, quella che dice “può contenere tracce di pesce, crostacei, frutta in guscio” etc. Beh, andrebbe aggiunta anche ai credit di una quantità dei lavori che provengono dal mondo del Prog rock, oggi tanto brulicante di band e nuovi lavori quanto non si vedeva nei suoi heyday. Ma con una variante: può contenere tracce di Steven Wilson.
C’è una sorta di versante prog rock – forse un universo, solo uno dei tanti se inteso in modo quantistico – dove Steven Wilson è l’atomo di carbonio che sta alla base di tutto. Non si contano più i dischi a suo nome, le band, i progetti, le partecipazioni, il contributo di studio come certosino restauratore di discografie, e tante altre cose che mi sfuggono e solo un attento biografo saprebbe listare in toto. La frenesia con la quale produce il materiale che ingolfa il suo output discografico potrebbe un giorno diventare oggetto di studio extra musicale col nome di Sindrome di Wilson. Il problema è che mai la quantità si è sovrapposta alla qualità aderendo perfettamente. Tanto meno nel mondo della musica. Ma è una legge di natura, le risorse – anche quelle creative – vanno esaurendo con l’utilizzo nel tempo.
The Overview – dopo circa una sessantina di dischi sotto le più disparate sigle, quasi uno per ogni anno di vita di Wilson – è il lavoro che si fa strada tra annunci e aspettative con i contorni della figura gigantesca, che dovrebbe fare brillare gli occhi e tremare polsi e orecchie, quasi un’ora e mezza di musica, il concept album che una volta era la punta di un iceberg rappresentato da una carriera dai lunghi trascorsi ma oggigiorno si tira fuori di tasca con la naturalezza con la quale si porge il documento di volo all’aeroporto. In questo caso il soggetto è lo spazio, sul quale Wilson ha cominciato a rimuginare dopo essere stato illuminato dal cosiddetto Overview Effect, il nome dato all’effetto panorama, spesso totalizzante, che subisce chi vede per la prima volta la Terra osservandola dallo spazio.
Nato come progetto solista, The Overview si è evoluto in un’opera corale che coinvolge collaboratori di lunga data come Craig Blundell alla batteria, Adam Holzman alle tastiere e Randy McStine alla chitarra. O nelle vesti di co-autore di Objects Outlive Us il nuovo arrivato in officina Andy Partridge, sorta di Mork del pop piombato sulla Terra per mezzo dell’astronave oramai dismessa marca XTC. Un cameo prezioso se si considera che il Mayor of Swindon, salvo estemporaneo bricolage, si è di fatto ritirato nel 2022.
Wilson ci è piaciuto tanto. All’apparire è stato una nota di freschezza in un mondo sonoro che aveva bisogno di svecchiare. Ha fatto cose egregie sotto varie sigle, dimostrando eclettismo, autorevolezza, ma maturando col tempo quella esperienza che il più delle volte si tramuta in eccesso di sicurezza. A proposito di effetti, ‘effetto mestierante’. Cosa che il più delle volte permette di realizzare prodotti di appeal ma privi di autenticità. Come la borsa di marca, marchio made in Italy ma fabbricata in paese del terzo mondo.
The Overview ne è ottimo esempio. Professionalità inattaccabile, certo. Tutto piacevole. Una navigazione sicura, su un natante da crociera con tutti i comfort. Un tema che si ripete come vuole il concept democraticamente alla portata di tutti (orecchiabile e introiettabile al volo), la voce narrante femminile (della moglie Rotem), il solo di chitarra (più scolastico che indimenticabile), lo stacco strumentale proprio lì dove deve stare, il momento riflessivo piano elettrico + sax in dissolvenza altrettanto finalizzato: è la ‘formula Wilson’ che si intravvede sotto la trama di molti dischi – presenti e passati: nel passato bella liscia oggi un po’ rugosa – del quasi sessantenne camaleontico musicista (presentato ancora con le foto di 30 anni fa, come una Clerici del Prog; senza offesa, per carità, una semplice constatazione, anche se gli esperti di semantica potrebbero imbastirci su un bel discorso in fatto di personalità e leggi di mercato). Applicata in modo inconscio – il ripetersi o citarsi senza rendersene conto, cosa che capita a tutti nel mondo dell’arte – oppure come lucido schema vincente da bottegaio (chi è capace di leggere capirà che il sostantivo è inteso in senso in generale, mentre il fan dal grilletto facile si segnerà il mio nome sul taccuino).
The Overview “può contenere tracce di metal-prog, elettronica fatta di sequencer dal loop già sentito (anche su The Harmony Codex), psichedelia da riporto, il prog rock delle armonie vocali degli Yes, i Pink Floyd da salotto, ritmiche drum and bass (oramai stantie)”. Anzi, contiene per certo tutto questo. Così come scorie di Porcupine Tree, dei No-Man, del Wilson su e giù lungo i tunnel del tempo e dello spazio. Un disco che non può, non deve, e non deluderà lo zoccolo duro degli idolatri che esistono in ogni esercito di seguaci. I più evoluti, quelli che hanno ammirato il Wilson non ancora prima stella del firmamento… underground… va bene?, e alfiere del nuovo che si faceva breccia tra prog rock e psichedelia, si porranno invece qualche domanda. Dopo averlo ascoltato il tempo necessario questi ultimi lo riporranno in rastrelliera, ma la prossima volta – illuminati dall’idea di quanto la vita sia breve – estrarranno un altro titolo. Dello stesso Wilson perché no, in una delle tante mutabili e meglio riuscite avventure.
Chiudo con le parole di Pablo Echaurren, grande pittore, illustratore, scrittore, le cui parole da protagonista dell’arte sono molto più attendibili delle mie: “La vera peste dell’artista è quella di ripetersi, di costruire un marchio di sé stesso, di volerlo vendere, e alla fine di trasformarsi in un operaio che per definizione è alienato rispetto alla merce che produce. Quindi penso che contenersi, essere più parsimoniosi, pensare di più prima di dire di fare, a un certo punto della vita è necessario”. A un certo punto della vita è necessario. Splendida overview. Parole che valgono oro.
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