Recensioni

6.8

A Steven Wilson il passato piace. Non che nel suo “qui e ora” abbia modo di annoiarsi, ché tra il neo-prog dei Porcupine Tree, produzioni e mix per Opeth, Anja Garbarek e King Crimson, abbondano molteplicità e impegni. Il problema è che guarda con eccessiva deferenza a un’epoca in cui – tranne qualche splendida eccezione – dominavano magniloquenza, sterili intellettualismi e un’abilità esecutiva usata per mascherare le forzature. Zavorre che rendono la maggior parte dei dischi dei “Porcospini” materia assai venduta benché ardua da digerire, nel 2011 come in qualsiasi altro anno. Ecco perché di fronte a un secondo lavoro solista doppio che lambisce l’ora e mezza, nasce qualche grattacapo.

Gioca per lo meno a carte scoperte Steven quando indica nel passaggio tra ’60 e ’70 l’epoca sua preferita, così che afferri meglio il suo lanciarsi senza rete da sospensioni ambient e delicate acusticherie in tumulti (hard) progressivi, valicando malinconica epica frippiana e ricordi di Pink Floyd e Yes. Pensi a cosa sarebbero potuti diventare i Radiohead se avessero fuso The Bends con Ok Computer inseguendo il benestare dei lettori di “Classic Rock”; vorresti più inchini al jazz elettrico d’antan e un approccio esecutivo ancor più asciutto. Il moderatamente felice paradosso un Grace For Drowning più focalizzato del solito, ipotesi di una strada che potrebbe riservare interessanti sorprese se gli orpelli lasciassero invia definitiva spazio all’emotività. Hai visto mai…

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette