Recensioni

6.8

Quale velocità può raggiungere il tempo? Quando lo metteranno in vendita – accadrà, e solo questione di… tempo – come ci blandiranno le voci fuori campo dei seduttivi spot pubblicitari? “Da 0 a 100 anni in dieci secondi”. Qualcosa del genere. Dal primo nastro su cassetta C7 (nostalgico manufatto del passato che Wilson canta in Staircase) che andava recensito per una fanzine, il tempo (sembra) è passato con una velocità da fare venire i brividi, ben al di fuori dei parametri degli abituali strumenti di misurazione (pensiamo). Steven Wilson sembra ancora un ragazzo, a giudicare dalle attuali foto che circolano, ma ha raggiunto i 55 anni, una età che faceva sembrare gli eroi del Prog rock – i suoi eroi e un genere che ha frequentato e oggi continua a bazzicare da “tecnico” del restauro, per soffiare via dai capolavori degli anni ’70 la polvere posata dalla tecnologia pregressa che ne “avrebbe” opacizzato la “messa in scena”– figure obsolete, colossi rantolanti, personaggi ingombranti che tanto gli addetti ai lavori quanto le schiere dei fruitori del rock di più recente generazione vedevano come esclusivamente adatti al pensionamento: insomma “grazie (forse) e arrivederci”. O anche meglio addio.

Il “piccolo” Wilson ha qualcosa del Gastone Paperone di casa Disney. Bravo, indiscutibilmente – più bravo che geniale –, e fortunato. Anche misurato. Quasi asettico. (L’avete mai visto ridere di gusto?, esprimere un sentimento in modo disdicevolmente poco british?, assumere un atteggiamento “veramente” rock?). Doti utili per piacere a molti. Nel suo caso, sempre. Nella sua oramai lunga, premiata e prolifica carriera, fatta di dischi a proprio nome, così come di innumerevoli progetti paralleli, nessuno – critica o fan – si è mai veramente lamentato affondando il colpo, neppure dei dischi che ripetono la stessa formula, o dei lavori meno efficaci. Perché in fin dei conti un vero rischio Wilson non l’ha mai preso.

Un personaggio del passato, che non sia un fumetto ma realmente esistito ed esistente, che viene in mente e al quale si può paragonare l’inglese è Todd Rundgren: anche se l’americano è passato da scalare le classifiche con il pop di A Wizard/A True Star alle ‘esagerazioni’ artsy/prog degli Utopia che mettevano a durissima prova le doti fisiche del LP in vinile portandolo al limite di sopportazione, i solchi sottilissimi, di una suite da oltre 30 minuti, nel 1974, su una sola facciata. Ha fatto dei dischi in solitaria, Rundgren, vera e non presunta – giocando tutti i ruoli, tecnici e artistici, suonandosela e cantandosela, probabilmente servendosi l’espresso da sé – e prodotto lavori di colleghi (alcuni risultati multimilionari nelle vendite) che vanno da un estremo all’altro dello scibile rock. Il lungagnone di Philadelphia però è un genio (che ne dite di A Capella, dieci brani, nove dei quali originali, per sola voce manipolata fino ad assumere la “voce” degli strumenti di una rock band, ovviamente rimasto a lungo a prendere polvere negli archivi della Warner Bros. perché ritenuto invendibile?), talvolta bravo. E forse il paragone è azzardato.

Ma torniamo a Steven “tutti dicono I love you” Wilson. Il nerd (è lui stesso a definirsi così) appronta lo studio in un garage a nord (di Londra) – simbolo diventato quasi archetipico: il luogo dal quale sono partiti, ci raccontano i biografi, Steve Jobs e una buona fetta di geni incompresi a tempo determinato e poi futuri magnati – e mette in produzione un disco di quelli come vige ai tempi odierni, pandemia o no. A base di file commissionati e consegnati a distanza, da tutto il mondo. Come mettersi in cucina, accendere i fornelli, e aspettare che Amazon ti consegni gli ingredienti che, gli ordini fatti in giorni diversi, arrivano alla spicciolata. Così non ci si trasmette il Covid, ma neppure si fa una bella risata tra amici (vedi sopra), trovandosi nello stesso studio per suonare tutti insieme in presa diretta come accadeva nei 60s & 70s. Una pratica che aiuta a rasentare, quella del file, con tutto ciò che offre la tecnologia oggi, la quasi, fredda, perfezione. E qui andrebbe aperta una parentesi e fatto un ragionamento su quello che significa suonare/registrare guardandosi negli occhi nello stesso spazio, rispetto a “interagire” a distanza; soprattutto alla luce di quanta letteratura si è scritta e quanta sociologia fatta sul rovescio della medaglia di studiare/lavorare/”interagire” in spazi diversi e tra loro lontani (causa pandemia). Ma non è questo il momento. Lo faremo in un’altra occasione. Forse.

Cosa ci offre Wilson col suo recente lavoro? Un bel disco. E non è una sorpresa. Come non è una sorpresa che The Harmony Codex non offra sorpresa. L’iniziale Inclination che contempla l’uso di evidenti frattaglie sonore di David Sylvian; What Life Brings dal retrogusto pop a tratti pericolosamente Oasis; Economies Of Scale, che ricorda i Tears For Fears, scritta da Adam Holzman.

Il flusso bifronte, tra cinematico e fusion (grazie a Holzman), di Impossible Tightrope e la più che mai floydiana Rock Bottom opera in toto da Ninet Tayeb. Il tribalismo fake (qui) di IV di Peter Gabriel e l’avvolgente, carezzevole e trasognata title track, a base di particelle di Genesis (il finale di Dancing With The Moonlit Knight, tanto per dire) & Marillion ricomposte secondo la visione degli Air, il breve testo recitato dalla moglie Rotem à la Blade Runner. Time Is Running Out con quel pianoforte così Tony Banks, le armonie a due voci tanto Peter Gabriel + Phil Collins, e quasi quasi anche quella chitarra talmente Hackett, da ripetersi – scusate – nella analogia Genesis. La dolce asperità di Actual Brutal Facts bilanciata dalla opportuna coltre di malinconia (sorta di piatto tipico della casa) e Staircase dagli scossoni che fanno traballare ma non cadere, melodica al punto giusto, la voce angelica di Rotem Wilson che sul finale diluisce il senso di impotenza di chi è travolto da questa vita, da questi tempi per molti di noi così difficili, cantato dalle parole: “You sink in stages / As you’re approaching middle ages / You’re up to here in debt / Insidious tech”.

E poi l’ultimo tocco, le piccole cose, il dettaglio che alle volte fa la differenza: un frammento di elettronica qui, una spezia dark là, un cucchiaio di ambient a rosolatura compiuta, un profumo esotico al momento dell’impiattare (in gergo la pratica dell’abbellimento del piatto prima che esca dalla cucina per essere consegnato al tavolo).

Impeccabile dal punto di vista formale, The Harmony Codex. Bello. Batteriologicamente puro, come abbiamo visto. Nessuno si alzerà da tavola, o dalla poltrona dopo l’ascolto, insoddisfatto. Ma tra dischi solisti, Porcupine Tree, e progetti vari, già sentito. Risentito. Una ricetta. Che per tanti funziona. Non c’è niente di male. La gente, non tutti, ama le certezze; nella vita, a tavola, nell’arte. La novità genera spiazzamento, e lo spiazzamento il più delle volte disagio. Wilson ha dichiarato di essere stato ispirato dalla collezione di dischi dei genitori, in modo particolare da The Dark Side Of the Moon dei Pink Floyd e Love To Love You Baby di Donna Summer. Magari un giorno ci sorprenderà con la svolta elettro-disco, mettendo a repentaglio tutte le nostre certezze di ascoltatori. Per adesso è sempre più Steven “tutti dicono I love you” Wilson.

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