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Non diteci che non conoscete la Krakozhia. «Sì, Krakozhia!». Sapete dov’è, no? Laggiù… insomma… Sì, dai, in Est Europa, da qualche parte tra Cracovia e Croazia… Oppure no, sta vicino alla Russia… Ah sì, era una vecchia repubblica dell’Unione Sovietica proclamatasi indipendente dopo il crollo del comunismo. O forse no, boh. Che ignoranti.

Fatto sta che un giorno in questa Krakozhia si registra un colpo di stato, il nuovo governo non viene riconosciuto dagli Stati Uniti e tutt’a un tratto, per gli americani, quel remoto, misterioso e insignificante paese, semplicemente smette di esistere. Puff. Anzi putsch è il caso di dire. Benintesi, il paese smette di esistere a livello diplomatico, di relazioni internazionali, non è che si cancelli dalle cartine geografiche. Però la cosa può rivelarsi ugualmente un problema per un povero cristo “krakozhiano” che, ignaro di tutto, sbarca in America e si vede negare il visto d’ingresso perché mentre era in volo il suo paese è “sparito” e adesso il suo passaporto non è più considerato valido dalle autorità della nazione d’approdo.

Dunque giunto a New York, Viktor Navorski, questo il nome del disgraziato, diventa tecnicamente un apolide, costretto a sostare nel terminal dedicato ai voli internazionali dell’aeroporto John Fitzgerald Kennedy, dal quale non può accedere negli Usa ma nemmeno riprendere un volo per tornare a casa. Paradossi della burocrazia. Questo corto circuito amministrativo, però, sarà lungi dal risolversi in breve e costringerà l’uomo a restare sospeso nella terra di nessuno per un tempo indeterminato. Dovrà quindi inventarsi un modo per sopravvivere in quella giungla che può rivelarsi essere la zona di transito passeggeri di un’aerostazione.

Sembra una storia vera, in parte lo è, e invece è la trama di un film che esce nelle sale americane il 18 giugno 2004 (in Italia arriverà nel settembre successivo). Ispirato dalla vicenda del rifugiato iraniano Mehran Karimi Nasseri, Steven Spielberg con The Terminal riesce in due cose su tutte: 1) a infilare l’ennesima pietra miliare nella sua filmografia; 2) a trasformare un non luogo in un luogo. Il non luogo nell’accezione brianen-iana è un luogo uguale in ogni parte del mondo, che non dice nulla del posto in cui ci si trova, come la sala d’attesa di un aeroporto, la hall dell’albergo di una grande catena o l’interno di un McDonald’s. Un non luogo, sempre nell’ottica del genio del Suffolk, è un ambiente da riempire appunto con la sua musica per ambienti. Cosa significa farlo diventare un luogo? Caratterizzarlo, certo, ma anche caricarlo di vissuto, di umanità, finanche di romanticismo.

Così il terminal, da ambiente asettico, anonimo, di passaggio, galleria in movimento di moltitudini di sguardi persi e passi svelti, a poco a poco diventa “casa” per il protagonista (interpretato da un gigantesco Tom Hanks) che fa suo quel mondo e vi scopre storie e personaggi originali nonché inaspettate manifestazioni di generosità, amicizia e perfino amore. Luoghi e volti gli diventano familiari, nascono relazioni e le relazioni diventano comunità. Una comunità di cui Navorski è il perno attorno al quale ruota la massa “lavoratrice” che affolla quell’ecosistema il quale insospettatamente si disvela da sotto l’apparente patina di inumanità e grigiume, dai poliziotti agli agenti di dogana, a tutta l’umile forza lavoro che dà nerbo al ginepraio di ditte operanti in appalto nell’aeroporto: facchini, cuochi, commessi, personale delle pulizie.

L’aeroporto diventa dunque metafora di un’idea di Paese. Il calore umano che inaspettatamente si scopre esistere nel terminal è simbolicamente quello della città di cui il terminal è scalo, una città poetica, sognante, la città più americana d’America nell’immaginario collettivo ma anche, allo stesso tempo, la meno americana, quella che a dispetto del suo status di megalopoli e capitale finanziaria sa farsi “paesotto”, con la gente che si aiuta e i poliziotti che ti sorridono per strada. Proprio nel 2004 i R.E.M. le renderanno omaggio con la splendida Leaving New York, canzone di lancio dell’album Around The Sun. Del resto il motivo del viaggio in America del protagonista, che viene svelato alla fine del film, è legato proprio alla musica.

Anche Navorski è un personaggio poetico nella sua concretezza tipicamente esteuropea. La sua propensione al fare, allo sporcarsi le mani, all’adattarsi, al farsi accettare, all’affiatarsi col prossimo in chiave di mutua assistenza, tutte attitudini afferenti a un’antropologia tostamente slava, permettono al Nostro di non soccombere in una situazione che riesce infine a volgere a proprio favore, facendosi apprezzare. Un antieroe perfettamente americano pur non essendo americano. Già, il self-made man stereotipico della cultura liberale a stelle e strisce stavolta proviene da uno sconosciuto posto in culo al mondo, il che è inconcepibile per certa cultura americana. È una questione anche di linguaggio: se un americano è ricco lo si chiama magnate (accezione positiva, legata alla grandezza), se un russo è ricco lo si chiama oligarca (accezione negativa, legata alla degenerazione platonica dell’aristocrazia).

Ad ogni modo, se vista non esclusivamente in chiave economica nella sua alterazione neoliberista, l’attitudine al cavarsela da soli, al darsi da fare, al non piangersi addosso è positiva ed endemica nel caso della società statunitense. Spielberg cucina una bella favola con gli ingredienti che ha in casa, arricchendo il preparato con quel suo tipico, fine umorismo ebraico che è un po’ il suo segreto dietro ai fornelli fin dai tempi “ruspanti” degli esordi. Nonostante alla luce di quanto accade oggi in Medio Oriente sia comprensibile il rigetto nei suoi confronti, la cultura ebraica(/statunitense), perlomeno al cinema, è anche quella non allineata di registi come Billy Wilder, Mel Brooks, Woody Allen e appunto Spielberg.

Il creatore dei blockbuster estivi, il “buonista” Spielberg, anche stavolta, come con Salvate il soldato Ryan, non risparmia stilettate al suo paese, che invece di onorare la propria tradizione di accoglienza e inclusività si chiude istericamente in se stesso e si barrica al cospetto dell’”altro”, alzando muri. Del resto un po’ c’è da capirlo. La narrazione risente del clima post 11 Settembre, dopo tre anni l’isteria collettiva dovuta al timore di nuovi attentati è tutt’altro che scemata. Bush jr. ha raso al suolo l’Afghanistan e invaso l’Iraq (mentendo sulla presenza in loco di armi di distruzione di massa), guadagnandosi così altre “simpatie” nel resto del mondo e soprattutto nel mondo islamico, e ora sta per spianare anche Kerry nelle elezioni presidenziali che gli frutteranno il secondo mandato alla Casa Bianca (confermando così la regola politologica secondo cui in situazioni di crisi gli elettori si affidano a chi è già in carica).

Il PATRIOT act, la controversa legge antiterrorismo approvata dopo la tragedia del World Trade Center, è in vigore dal 2001 e per effetto di essa le libertà si sono ristrette, sono diminuiti i diritti dei cittadini e la privacy è stata ulteriormente intaccata. In un quadro del genere, gli aeroporti sono ovviamente osservati speciali, e per un passeggero non è più possibile prendere un aereo senza essere rivoltato come un calzino ai controlli, tra body scanner e divieti di ogni tipo.

Ma non è solo la tragedia delle Torri gemelle. L’America di inizio XXI secolo sta prendendo di suo una brutta piega. Nel film, a incarnarne il rinnegamento dei valori fondanti è il capo della sicurezza Frank Dixon (uno straordinario Stanley Tucci), un solerte burocrate che “elegge” Navorski a proprio antagonista, inventandoselo come nemico secondo la logica di chi si sente perennemente accerchiato e costruisce barriere anziché ponti. Dixon è un ingranaggio del sistema, un funzionario al servizio della macchina, personificazione di una mentalità colonialista. Con lui a imporre il confino forzato nel terminal torna il topos spielberghiano del campo di concentramento, della detenzione coatta in un perimetro ristretto e delimitato, tema ovviamente già presente in Schindler’s List e, in altri termini, in Jurassic Park.

Con le dovute distinzioni, Dixon somiglia per certi versi a una versione aggiornata del comandante di lager, insensibile, spietato, inflessibile: piegare Navorski innanzitutto nell’animo diventa per lui una sfida personale. Lo osteggia in ogni modo, gli frappone dinanzi un’infinità di impedimenti formali, non solo per dimostrare a se stesso, e ai suoi superiori (visto che è in odore di promozione), la sua forza nel far rispettare la legge ma anche perché è ideologicamente tarato per quello. Dixon è il cattivo americano, il personaggio attraverso il quale il regista dell’Ohio critica a suo modo l’amministrazione in carica, se non un’intera classe dirigente.

Tuttavia, a Dixon importa fino a un certo punto della legge, non ne ha introiettato lo spirito fino alla piena identificazione con esso, non è arrivato al totale annullamento di se stesso. Egli rappresenta un sistema, il sistema capitalista delle cui regole – e del cui portale d’accesso – è custode, per quanto gli compete, ma la sua alla fine è un’adesione se non di facciata quantomeno parziale, non assoluta, e ciò in qualche modo segna la distinzione ancora corrente tra lui e il suddetto aguzzino di un campo di sterminio. In questo senso il capitalismo, che la Scuola di Francoforte (fondata da filosofi ebrei) considerava premessa per il passaggio a regimi totalitari, si rivela ancora poco “totalitario”.

Il modo in cui Dixon interpreta la legge – un modo sì arbitrario ma non convinto fino all’autocancellazione di sé – dimostra che il capitalismo non è ancora arrivato a richiedere l’annullamento totale della persona umana e della sua sfera privata in favore di un complesso di regole e valori. Alla fine per Dixon conta più l’utilità personale, egli usa la legge per il suo desiderio di dominio. Pur restando nell’alveo della legalità, e anzi proprio per la sua interpretazione così sorda e inesorabile della stessa, commette un abuso di potere. E comunque alla fine l’importante è salvare la faccia. Dixon, insomma, non è del tutto un Eichmann, l’ufficiale tedesco responsabile operativo dello sterminio degli ebrei durante l’Olocausto il cui processo in Israele tenutosi nel 1961 venne documentato da Hannah Arendt nel suo celebre saggio La banalità del male.

Dixon non è banale nel compiere il male. Infatti, a un certo punto, offre a Navorski la possibilità di andarsene, lo incoraggia a prendere la via d’uscita infrangendo la legge perché vuole togliersi dalle mani una patata bollente. Una volta fuori dall’aeroporto, Navorski non sarà più di sua competenza, se ne occupi qualcun altro. Insomma, è questa l’America di oggi, sembra dirci amaramente Spielberg, un’America in cui si obbedisce ma non si sa esattamente perché, un’America in cui in fondo ognuno pensa per sé, un’America dove il “diverso” è causa di ogni male. Ora, la domanda semmai potrebbe essere: è cambiata, l’America, dopo 20 anni? È migliorata o è peggiorata? Ognuno avrà la sua risposta. Certo è che se oggi siamo a un passo dalla Terza guerra mondiale, la colpa non può essere solo dell’”altro”.

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