Recensioni
Steven Spielberg
Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta
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Valerio Di Marco
- 22 Ottobre 2021

Immaginate un eroe simile a quelli dei fumetti, brillante, agile, indomito, intelligente, dal fascino e dallo humor degni di un James Bond, che sbaraglia i nemici a calci e pugni come nei film di kung-fu e si tuffa dagli aeroplani a bordo di un canotto. Troppo poco vincente? Allora aggiungeteci pure una cultura sterminata in fatto di archeologia (parliamo di un professore stimatissimo nel campo) e un successo come pochi presso il mondo femminile. Immaginatelo e poi aprite gli occhi, perché esiste. Il 22 ottobre 1981 usciva nelle sale italiane il film che avrebbe dato il via a una delle saghe cinematografiche più amate di sempre, pensato e poi effettivamente configuratosi come capostipite di una trilogia, poi diventata tetralogia e tra poco anche pentalogia. Infatti il successo di questa prima pellicola (quasi 400 milioni di dollari l’incasso mondiale, il più alto di quell’anno, a fronte di un costo di produzione di 18 milioni) portò alla nascita di un franchise, Indiana Jones, che non ha solo segnato gli anni Ottanta ma è stato gli anni Ottanta, anche se – come detto – nell’immaginario collettivo li ha travalicati.
Una magia anche grafica, con quel font indimenticabile utilizzato per la griffe a marchiare il progetto al punto che, anni dopo e visto il successo anche dei successivi episodi, I predatori dell’arca perduta si sarebbe allineato, nelle riedizioni home video, ai suoi sequel (o prequel) con l’aggiunta del nome del personaggio protagonista in bell’evidenza nel titolo così da diventare Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Motivi commerciali ma non solo: troppo forte la personalità del prode avventuriero interpretato da Harrison Ford per non comparire sulle locandine, dovette essersi detto il produttore Frank Marshall alla vigilia dell’uscita del numero due, che infatti fin da subito fu noto come Indiana Jones e il tempio maledetto.
Un numero due che non sarebbe mai esistito senza la dirompenza del predecessore, senza la genialità degli autori nell’inventarsi un personaggio nuovo di zecca e al tempo stesso derivativo del grande cinema d’avventura del passato, statunitense e non solo. Nel primo capitolo comparvero infatti tutti i tratti salienti del character: intelligenza, charme, prontezza, ironia, estrosità, abilità a cavarsela nelle situazioni più intricate nonostante la paura ancestrale dei serpenti e, in ultimo, il vestiario da battaglia e la mitica frusta inseparabile compagna di viaggio. L’archeologo più famoso del grande schermo era un pot-pourri di echi e riferimenti, mescolava cultura alta (l’interesse per l’archeologia, le antiche civiltà, le religioni) e bassa (il mondo dei comics, i film western d’antan, quelli sulle arti marziali, l’horror); era pulp, exploitation, tarantiniano prima ancora di Tarantino. Ma era anche pura magia della settima arte, nel suo senso più profondo di illusione in ossequio alla magnifica lezione di George Méliès, delle sue macchine fabbrica-sogni, della finzione da prestigiatori che trasportava in un mondo oltre il mondo.
Fantasia, sì, ma anche realtà, quella tragica. Raiders of the Lost Ark fu a suo modo un film sugli ebrei, il primo del genere realizzato da Steven Spielberg, che in passato aveva fatto Lo squalo, sì, ma quello era Jaws, non Jews. Nella pellicola, ambientata nel 1936, il protagonista era alla ricerca della mitica Arca dell’Alleanza, la cassa dorata che secondo il Vecchio Testamento custodiva le tavole della legge che Dio aveva dato a Mosè. Ma sulle tracce del reperto c’erano anche i tedeschi capeggiati da Hitler, che se ne volevano impossessare per usarla come arma, e la vicenda si snodava lungo questo inseguimento da un capo all’altro del mondo, dal Nepal all’Egitto (mentre la sequenza iniziale era ambientata in Perù. Attenzione però: il film in realtà fu girato in Francia, Tunisia, Hawaii e Inghilterra), con il protagonista che cercava di anticipare le mosse degli emissari del regime dalla croce uncinata e i soldati nazisti che finivano immancabilmente per diventare delle macchiette un po’ come nei film di John Landis. L’abbiamo detto, Spielberg è sempre stato sensibile al tema. Di origini ebraiche, i suoi nonni paterni erano ebrei ortodossi dell’Ucraina arrivati in America all’inizio del secolo. Dell’Olocausto, in famiglia, gli avevano sempre parlato tantissimo e suo padre, Arnold, durante la Shoah aveva perso una ventina di parenti. Per lo stesso Steven fu difficile sostenere il peso di quell’eredità e a scuola fu più volte fatto oggetto di episodi di antisemitismo. Non a caso, due tra i suoi film più belli sono stati l’immenso Schindler’s List, che gli fruttò il primo dei due Oscar alla regia, e il bellissimo Munich.
Tuttavia, il cineasta dell’Ohio di suo pugno ha scritto pochissimo in carriera, tant’è vero che la penna che partorì Indiana Jones fu dell’amico George Lucas, autore del soggetto di tutti e tre i primi film, ai quali lavorarono poi vari sceneggiatori. Lucas ragionava per trilogie: all’epoca era infatti impegnato nella stesura de Il ritorno dello Jedi, terzo episodio della serie di Guerre stellari da lui ideata e co-sceneggiata. L’idea di affidare le riprese a Spielberg gli venne nel maggio 1977 durante un soggiorno con le rispettive famiglie alle Hawaii, dove Lucas si era “rifugiato” per evitare le eventuali critiche che sarebbero potute seguire all’uscita del primo Star Wars. In genere, in fatto di cinema si tende a non considerare più di tanto il lavoro degli sceneggiatori finendo per ricordarsi prima di tutto di regista e attori, ma nel caso di Spielberg, anche volendo sottolineare l’importanza degli script, sarebbe impossibile non ascrivere a lui i meriti principali della riuscita di molte sue pellicole: con il suo stile, il regista pop per antonomasia i suoi film li ha sempre scritti anche un po’ lui (e comunque è stato spesso nelle condizioni di scegliersi le storie che sentiva più sue).
Uno stile fatto di azione, ritmi serrati, inseguimenti al cardiopalma e sequenze divenute leggendarie. In ciò, addirittura il secondo capitolo, uscito nel 1984, superò il primo imponendosi come il “francobollo” della saga e regalando alla cultura popolare alcuni tra i momenti più avvincenti e citati di sempre. E se Indiana Jones and the Temple of Doom, ambientato un anno prima rispetto alle vicende del predecessore, fu l’acme pop del trittico, non meno intrigante fu il terzo episodio grazie al simbolico ricongiungimento di Indiana con l’eroe della celluloide a lui più prossimo, il succitato Bond… James Bond a cui il volto scavato di Sean Connery, che in Indiana Jones e l’ultima crociata interpretava il papà di Indy, non poteva non far pensare. A differenza di 007, però, il Nostro non aveva quel piglio regale e odiosamente british ma era sguaiato, di quella sguaiatezza tipicamente stellestrisce. «Voi americani siete tutti uguali, sempre vestiti a sproposito, in ogni occasione», è una memorabile citazione dal primo film: se dicevi a Bond una cosa del genere rischiavi di beccarti una revolverata.
Oltre alla trilogia, per anni non si andò. La serie “canonica” chiuse i battenti nel 1989 e dell’archeologo più sexy del mondo non si parlò più fino al 2008, anno in cui uscì il quarto episodio, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, con un Ford ormai prossimo alla settantina (e peraltro un giovanotto in confronto all’ultraottantenne che vedremo sugli schermi nel quinto capitolo, Indiana Jones e la ruota del destino). Il fascino però era sempre lo stesso. Ford nei panni sdruciti del giramondo con petto villoso perennemente in bella mostra era – e a suo modo è ancora oggi – qualcosa di estremamente notevole. Per questo, le sceneggiature non potevano che prevedere, oltre ai villain che di volta in volta lo ostacolavano, qualche bella donna da affiancargli. Già, le donne, ma mica le algide Bond girl che sembrava ce l’avessero solo loro, no. Le Indiana girl erano ironiche, alla mano, spigliate e intraprendenti. Le ragazze sveglie della porta accanto, modelli se vogliamo anche sociali per la self-made woman rampante e indipendente targata 80s (e pure 2020s): dalla Karen Allen/Marion del primo film (tornata poi nel quarto) alla Kate Capshaw/Willie del secondo, bella quanto simpatica, quasi buffa, tanto che non a caso lo stesso Spielberg se la prese in moglie (la seconda, dopo la fine del matrimonio con Amy Irving nel 1989); mentre nel terzo film, villain e bella donna coincidevano nelle splendide e glaciali fattezze di Alison Doody/Elsa Schneider.
Ma nulla sarebbe stata la serie senza la celebre colonna sonora composta dal più volte premio Oscar John Williams, che all’epoca del primo film aveva già musicato – tra gli altri – due Squali (col primo vinse una statuetta), due Guerre stellari (altra statuetta) e un Superman. Con Spielberg, il compositore newyorchese aveva in essere un sodalizio che, partito da Sugarland Express nel 1974, era passato anche per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e 1941 – Allarme a Hollywood (1979), dove il regista di Cincinnati diresse la coppia John Belushi–Dan Aykroyd (a proposito: quest’ultimo sarà protagonista di un cameo nel secondo Indiana Jones ma vi sfidiamo a riconoscerlo). Dopo I predatori, ancora di più un film di Spielberg non sarà un film di Spielberg se non con Williams a metterlo in note, da E.T. a The Post passando per Hook, Jurassic Park, Salvate il soldato Ryan e una vagonata di altri.
Del resto, anche la musica aiuta a restare giovani. Oggi, dal primo Indiana Jones sono passati più o meno gli stessi anni che nel 1981 erano passati da Quarto Potere o Sangue e arena, che al confronto col capostipite della saga spielberg-iana erano quasi archeologia (ehm). Indy invece ancora oggi tiene sulle spine, perché in fondo è vero: non sono gli anni, amore, sono i chilometri.
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