Recensioni

Cinquant’anni e non sentirli. Lo squalo, il capolavoro di Steven Spielberg uscito al cinema il 20 giugno 1975, il suo primo mezzo secolo se l’è già messo alle spalle senza mostrare i segni dell’età. Un film ancora vivo nella cultura popolare, a partire dalla locandina, sublime esempio di pop art ancora oggi spendibile su t-shirt e in citazioni varie senza sembrare passatisti. Un po’ quello che accade in musica con l’iconica banana di Andy Warhol campeggiante sul primo album dei Velvet Underground.

La traduzione pedissequa del titolo originale (Jaws) sarebbe stata Fauci ma per una volta la distribuzione italiana ha la felice intuizione di una scelta più didascalica, per un film perfetto anche nelle sue (poche) imperfezioni. Così perfetto da oscurare il romanzo da cui è tratto, il best seller omonimo scritto da Peter Benchley e pubblicato nel 1974, ma anche da sfuggire alla moda del remake imperante in special modo a partire dall’alba del presente millennio, al netto di tre sequel (anche se Lo squalo 2 non sarà malvagio e potrebbe addirittura essere considerato tra gli iniziatori del genere slasher americano) e della fitta schiera di epigoni più o meno dichiarati usciti negli anni, da Blu profondo a Open Water, fino alle trash-issime serie dei vari Shark, Shark 3D, Meg e Sharknado (solo per restare in tema di squali, ché poi ci sarebbero anche tutti i film su piranha, piovre, coccodrilli, orsi, ecc.). Senza contare che Lo squalo, appena arriva nelle sale, si pappa in un boccone pure un mostro sacro come Moby Dick. Nel 1975, infatti, dal colossal di John Huston non sono passati nemmeno vent’anni, ma la bestiaccia spielberg-iana riesce a far impallidire all’istante perfino la mitica balena bianca nata dalla penna di Herman Melville, la cui trasposizione filmica del 1956 sembra già preistoria rispetto al Carcharodon carcharias di mastro Steven.

L’impresa viene realizzata senza l’ausilio della computer grafica, che a metà degli anni Settanta ancora non esiste. Ispirandosi alla lezione cinematografica proto-fantascientifica di Georges Méliès, il pescecane è un animatronic – che la troupe ha simpaticamente rinominato Bruce – il quale, immerso nell’acqua, viene comandato a distanza viaggiando su dei binari adagiati sul fondo marino, e sotto la zona mediana del corpo ha applicato un congegno rotante che gli consente di muoversi su e giù facendo anche capolino con la testa fuori dall’acqua. Facile dunque immaginare le difficoltà delle riprese in mare aperto, con le correnti e tutto il resto. Tant’è vero che le spese di produzione lievitano in corso d’opera e il film arriverà a costare una fortuna. A ciò si aggiungono anche i difetti di funzionamento di Bruce, a causa dei quali Spielberg è costretto a centellinare le riprese dell’animale, ridefinendo involontariamente i canoni del fanta-horror. Infatti, non inquadrando il mostro per buona parte del film, potrà giocare sulla suggestione: dopo di lui lo faranno tutti. In certi momenti, poi, la macchina da presa acquisisce la soggettiva della bestia (altra novità disturbante per lo spettatore dell’epoca), adattando al mondo animale l’ottica del killer umano inventata da Michael Powell con L’occhio che uccide (1960).

Ma nonostante il budget da colossal e gli incassi da capogiro, Lo squalo mantiene intatto il retrogusto di film indipendente, una sorta di road movie girato sull’acqua. La regia sarà una lezione per schiere di cineasti venuti dopo, impartita da quello che è ancora lo Spielberg “ruspante”, di provincia, quello di Duel e Sugarland Express per intenderci; ed è paradossale dal momento che parliamo del film che inaugurerà la moda, tutta stellestrisce, dei blockbuster estivi a uso e consumo di un pubblico che è già globalizzato. Non manca nulla: ritmo, avventura, fantascienza, effetti speciali. Il tutto incastonato in una cornice drammatica. E ferma restando la propensione tutta hollywoodiana all’esagerazione di taluni aspetti, il racconto è corroborato da dati scientifici, al di là del voler considerare questi incredibili animali come delle macchine seminatrici di morte (la qual cosa ovviamente non è vera).

Un discorso a parte merita poi la colonna sonora di John Williams, con il tema portante che resterà probabilmente la più famosa sequenza di due singole note della storia del cinema, capace di aggiudicarsi un premio Oscar (al pari di suono e montaggio) che sarà il secondo dei cinque vinti dal celebre compositore statunitense.

Anche i dialoghi e i caratteri dei personaggi sono accurati. L’origine letteraria dello script gioca a favore, ma un lavoro mirabile lo fa Carl Gottlieb (che ritroviamo in un cameo, al pari di Benchley) in sede di traduzione in sceneggiatura, con la riscrittura di molte scene in chiave maggiormente orrorifica ma anche ironica, tanto che le differenze tra romanzo e pellicola alla fine saranno sostanziali. Di invariato resta tuttavia l’impalcatura narrativa, con la prima parte della vicenda ambientata sulla terraferma e la seconda in mare aperto.

La storia, come si sa, si svolge nell’immaginaria isola di Amity (in realtà Martha’s Vineyard, nel Massachusetts) sconvolta dalle uccisioni in serie, con gli albergatori in ansia per l’imminente stagione estiva, il sindaco che non vuole chiudere le spiagge e i pescatori in gara tra loro per aggiudicarsi la taglia sull’ormai nemico pubblico numero uno; il secondo tempo si svolge invece su una barca in pieno oceano, ad acuire il senso di smarrimento e impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Come il romanzo, anche il film nella prima parte è “affollato”, con presenza di molti personaggi e comparse, e nella seconda incentrato unicamente sulle tre figure principali – lo sceriffo, il pescatore e lo scienziato – che si avventurano al largo convinte di andare a caccia dello squalo, quando in realtà sarà lo squalo a dare la caccia a loro.

Nell’incontro/scontro tra le diverse personalità emerge la bravura dei tre protagonisti, su tutti il compianto Robert Shaw, morto nel 1978 e tra gli attori più sottovalutati di Hollywood (fu anche lo “stangato” ne La stangata), che veste i panni di Quint, l’anziano e spaccone lupo di mare nonché capitano del peschereccio ribattezzato Orca che si rivelerà fatalmente inadeguato ad affrontare il mostro («Ci serve una barca più grossa», diventerà una delle battute più famose del film). La sua è una versione moderna del capitano Achab protagonista del summenzionato Moby Dick: anche lui prende la faccenda sul personale, e proprio come il comandante del Pequod finirà vittima della sua ossessione (anche se la sua morte sarà molto più cruenta sia di quella di Achab che della sua controparte letteraria presente nel libro di Benchley).

Ci sono poi Roy Scheider, anche lui scomparso, nel 2008, e Richard Dreyfuss, altri due che in carriera raccoglieranno meno rispetto al loro valore. Il primo interpreta lo sceriffo Martin Brody, l’uomo qualunque in cui lo spettatore s’identifica, il poliziotto buono con vaga propensione all’alcol (secondo un cliché molto in voga nel cinema statunitense degli anni ’70), quello che degli squali non sa niente e che per giunta ha anche paura dell’acqua, ma a cui spetta dare la caccia perché lui è la legge («Io posso fare tutto, sono il capo della polizia»). E in nome della legge vincerà, misurandosi quasi a mani nude con il leviatano, quella perfetta macchina della natura che non fa altro che «nuotare, mangiare e generare piccoli squali». Il secondo veste invece i panni di Matt Hooper, un giovane “pescecanologo” tutto teoria e poca pratica che riesce in extremis a convincere Quint a imbarcarlo sull’Orca insieme a Brody in qualità di «zavorra».

Alla fine saranno proprio Brody e Hooper a salvarsi (invece nel romanzo il secondo muore). E se ne Gli uccelli di Alfred Hitchcock, la sfida tra uomo e natura finiva in parità, qui invece è l’uomo a vincere, sul filo di lana e al culmine di una sequenza memorabile. Dopodiché, calmatesi le acque (in tutti i sensi), poliziotto e scienziato se ne tornano a riva a nuoto aggrappati a quel paio di mitici barili gialli galleggianti rimasti dell’iniziale dotazione di cinque che, almeno in teoria, doveva servire a rendere difficile la vita alla fiera venuta dagli abissi. Un ritorno a casa sui titoli finali che è un po’ la metafora dell’esistenza umana: tutti noi, in quest’oceano infestato da squali che è la vita, abbiamo un’isoletta dove andarci a rifugiare. Del resto «un’isola è un’isola solo se la guardi dal mare».

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