Recensioni

Inizio autunno 1977. Mentre per le strade d’Inghilterra impazza il punk, un giovane ed estroso professore se ne sta seduto nel suo salotto, davanti al caminetto, sprofondato nella sua morbida poltrona di pelle nera, con le gambe accavallate e in mano una tazza di buon tè Assam che sorseggia amabilmente mentre è assorto nei suoi pensieri, tutti orientati alla produzione del suo quinto lavoro. Sì perché il professore è prolifico in fatto di pubblicazioni. Da quando ha avuto la cattedra (leggasi: iniziato la carriera solista, 1974) ha già dato alle stampe quattro volumi, per non parlare delle fatiche congiunte (leggasi: i contributi offerti quale membro effettivo o collaboratore a vario titolo di gente come Roxy Music, Ultravox e David Bowie). E poco importa che le sue pubblicazioni siano incisioni sonore e non materiale scritto, la differenza in questo caso è sottilissima.
Il prof è un genio, di fondo un filosofo, ha fantasia, inventiva, ama muovere dal rock per poi spaziare tra le infinite possibilità offerte dalla sua mente, il cui solo limite è l’immaginazione; inventa timbri e fonemi, gioca con la forma canzone, ribalta i codici sonori; è uno sperimentatore, un colto, raffinato ed eclettico visionario per cui il pentagramma è addirittura limitante, al punto che il suo talento, obliquo come le sue Strategie, travalicherà la musica per approdare ad altre forme d’arte. Brian Peter George St John le Baptiste de la Salle Eno, più sinteticamente noto come Brian Eno, è un pensatore fine, un intellettuale illuminato, uno scienziato scrupoloso, ma anche un artista dal sangue caldo. Testa e cuore, ma soprattutto testa.
E assorto nei suoi pensieri lo troviamo anche sulla copertina di Before And After Science, che ne riproduce il profilo stilizzato. Il primo album pubblicato per Polydor (dopo tre per Island e uno per Obscure) arriva dopo un biennio di faticosa gestazione ed è l’opera manifesto dell’accademico del Suffolk, cogliendolo all’apice compositivo. Ma resterebbe lettera morta, un puro esercizio di stile, se non fosse impregnato di anima e non si muovesse in equilibrio tra rigore stilistico e componente emozionale, tra la freddezza e la razionalità del metodo e l’umanità sottesa al calcolo e che respira sotto la coltre di suoni sintetici. Eno è tante cose. È conosciuto per l’invenzione della discreet music (nel dicembre 1975 ha pubblicato un disco proprio con questo titolo), o ancora più sommariamente dell’ambient. Per sua stessa definizione è un non-musicista, concetto (anche) filosofico e vicino allo zen che riconduciamo qui alla sua funzione di compositore di musica per non-luoghi, vale a dire quegli spazi privi di identità, come la sala d’attesa di un aeroporto o la hall dell’hotel di una grande catena alberghiera a cinque stelle, che sono uguali in qualsiasi parte del mondo e non dicono nulla del posto in cui ci si trova. In pratica, con la ambient il prof già ci mostra la globalizzazione. Ma la storia della musica discreta non deve far dimenticare le sue abnormi qualità in veste di scrittore di canzoni.
Before And After Science richiama fin dal titolo l’idea della ripartizione, un viaggio diviso in due tappe che parte dalla metropoli e fila via verso luoghi solitari dove isolarsi e meditare. La new age in pratica ci ha già colti e il disco è una specie di dittico: movimentata e chiassosa la prima parte, elegiaca e zen la seconda. Prima una manciata di pezzi acutamente briosi, poi una serie di componimenti perlopiù malinconici, benché solo apparentemente minimali. Non a caso il lavoro è partecipatissimo e conta ben 16 musicisti a suonarvi, tra cui Phil Collins alle percussioni, Phil Manzanera e Robert Fripp (entrambi alle chitarre), e un Robert Wyatt sotto copertura, con l’alias Shirley Williams. Eno ci spalanca le porte della percezione sollecitandoci tutti i sensi: ci fa odorare le zaffate dei gas di scarico delle automobili bloccate nel traffico e poi il muschio di un bosco umido e uggioso; ci spacca i timpani con il frastuono dei clacson e poi ce li accarezza col rumore delle foglie al vento; ci mette sotto la lingua una pasticca di acido e poi sopra una mora selvatica; ci fa toccare asfalto e cemento roventi ma poi immergere le dita nell’acqua gelida di un torrente di montagna.
Prima e Dopo la Scienza è sospeso tra freddezza e calore. Ad aprirlo è No One Receiving, brano urbano d’impronta funk con massicce venature elettroniche ad anticipare di qualche anno ciò che caratterizzerà gran parte della produzione dei Talking Heads e le collaborazioni Eno/Byrne. Un Collins “sincopato” sostiene un componimento ispessito di synth e tastiere il cui effetto è otturato e carico di riverberi che ci rimbalzano nel cranio come se stessimo patendo i postumi di una sbornia. Lo sperimentalismo dell’incipit lascia però subito spazio al canone pop: con Backwater si cambia registro, l’avanguardia è messa da parte e ci si diverte con un passaggio nettamente più orecchiabile ma anche articolato e giocoso. A scadenzarlo sono un pianoforte che ripete ossessivamente la stessa nota e l’insistente lavorio ai piatti di Jaki Liebezeit, batterista dei Can, che tiene alta la tensione per tutta la durata.
Kurt’s Rejoinder (tributo al poeta dada Kurt Schwitters) è invece una cavalcata tribale che si sviluppa attorno a un ritmo afro/jungle e a un testo che sembra uno scioglilingua; Energy Fools The Magician è uno strumentale che anticipa la seconda parte dell’album; e King’s Lead Hat (che poi è l’anagramma proprio di Talking Heads) torna a rasentare il pop con fare accattivante. Irresistibile l’effetto handclapping che si sovrappone alla batteria ma anche il mood post-punk che ispirerà schiere di band new-wave (gli Ultravox realizzeranno una splendida cover di questo pezzo).
Finita la prima parte, Here He Comes (con un maestoso assolo di basso di Paul Rudolph, timbricamente opulento) è il ponte ideale verso la seconda metà, il suo dolce incedere accompagna il cambio di scenario e prepara le quinte al prosieguo, caratterizzato da quiete ascetica e contemplazione. La seconda facciata è di gran lunga più omogenea e prevalentemente strumentale. Ora la città è lontana, distanti sono i suoi furori e le sue nevrosi. Per Eno queste composizioni possiedono una qualità post-atomica. Vi regna il silenzio, e dal silenzio nasce Julie With…, meravigliosa sincrasi del sound eniano, episodio dalle fattezze ambient, intenso, struggente, in cui la morbida linea vocale risuona come in una vallata deserta. A questo punto ci si aspetterebbe uno stacco, tanto per alleggerire il climax, e invece ecco la mazzata definitiva: By This River. Sono essenzialmente due gli elementi che la compongono, al netto di tutto il corollario elettronico in sottofondo: un pianoforte, i cui rintocchi delicati sembrano foglie d’autunno che cadono a terra, e il cantato quasi sussurrato come a soffiare via quelle foglie. All’alba dei Duemila la canzone verrà ripescata prima da Nanni Moretti per il suo pluripremiato film La Stanza del Figlio e poi da Martin Gore dei Depeche Mode, che ne pubblicherà una splendida rivisitazione su Counterfeit2, il suo disco solista del 2003. Chiudono il lotto Through Hollow Lands, altro strumentale, e l’imponente e salvifica Spider and I che è quasi uno spiritual per il suo afflato solenne.
In definitiva, Scienza è un disco cruciale per Eno perché si profila come un crocicchio, una biforcazione del suo agire. Da un lato l’etno/dub/funk androide che prenderà corpo nella collaborazione coi Talking Heads e soprattutto con Byrne (una cui traccia evidente si trova nel lato B del 45 giri di King’s Lead Hat, ovvero R.A.F., realizzata insieme alle Snatch, duo formato da Patty Palladin e Judy Nylon: in pratica un’anticipazione di My Life In The Bush Of Ghosts), dall’altro l’ambient già applicata in Discreet Music e ispirata, come si scopre nel libro On some faraway beach. La vita e i tempi di Brian Eno e come si legge nelle note dell’album Ambient 4: On Land (1982), addirittura da certe composizioni di Miles Davis dei primi anni ’70, oltre che dalla colonna sonora del film Amarcord di Federico Fellini: strategie oblique appunto.
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