Recensioni

Probabilmente è meglio partire dalla fine, che poi fine vera non è, considerato l’epilogo “tronco” che è giocoforza propedeutico a una terza e ultima parte della storia. La seconda stagione di Squid Game, la serie evento sudcoreana che nel 2021 era diventata la più vista in assoluto su Netflix (e che oggi resta comunque la più vista tra quelle non in lingua inglese), si interrompe sul più bello, proprio quando – come si dice – ci stava acchiappando, e dovremo aspettare sei mesi (la data ufficiale è il 27 giugno) per sapere come va a finire. In pratica si è ripetuta la stessa dinamica – per usare un parallelo cinematografico – di Ritorno al futuro 2 e 3, che furono girati insieme, in quanto inizialmente dovevano essere un unico film dal titolo Paradox, ma alla fine uscirono separati anch’essi di un semestre.

Tre anni fa, con il primo ciclo di puntate di questa serie da lui ideata, scritta e diretta, Hwang Dong-hyuk stupì il mondo. Rimarchevole fu il modo in cui, con linguaggio e simbolismo elementari fino agli stadi più prossimi all’infantilismo, il cineasta di Seul fosse riuscito a rendere una rappresentazione così puntuale, arguta e spietata della realtà sociale, politica ed economica attuale; una rappresentazione, iperbolica quanto si vuole ma centrata, della società capitalistica contemporanea e dei suoi paurosi squilibri. E a ben vedere ancora più singolare era il fatto che un simile j’accuse trovasse spazio proprio tra i contenuti di uno degli attuali giganti dello streaming globale, multinazionale tra i simboli maggiori del capitalismo occidentale del XXI secolo (vero che la Corea del Sud è Oriente, ma lo sanno pure i sassi che rientra nella sfera d’influenza della parte di globo opposta, quella stellestrisce e quindi pure nostra). Certo neanche Matrix (film non a caso citato anche in questo capitolo numero due) era quella che si definisce una produzione indipendente, ma il contesto in cui uscì l’opera delle sorelle Wachowski era profondamente diverso da quello odierno.

In ogni caso tutto quello che aveva da dire sul lato politico e sociale, Squid Game, l’aveva detto – e magistralmente – con la prima carrellata di episodi, non a caso pensata in origine per essere l’unica. Che altro si poteva aggiungere a un’allegoria di tale risma degli attuali dislivelli economici, dell’ineguale e sempre più iniqua distribuzione della ricchezza, della voracità del moderno padronato mondiale. Un eventuale prosieguo avrebbe dunque dovuto per forza procedere su un solco già tracciato, non potendo che replicare il messaggio di fondo. Ma mai come in questo caso, repetita iuvant. Anche perché, come avevamo paventato sempre in sede di review, il mondo del 2021 non era destinato a migliorare. E infatti è peggiorato.

Di crisi in crisi siamo arrivati fino a oggi, ogni volta un’emergenza peggiore. Quando è uscita la prima stagione, era ancora in corso la pandemia; poi il 24 febbraio 2022 il Covid ha lasciato spazio alla guerra in Ucraina; un anno e mezzo dopo, un’altra data infausta, il 7 ottobre, ha (ri)avviato la crisi in Medio Oriente; e infine, giusto qualche giorno fa, il neo(ri)eletto presidente statunitense Trump ci ha ragguagliato sui suoi prossimi obiettivi territoriali che ridisegnerebbero le mappe del mondo. Il tutto, con l’emergenza climatica a fare sempre da sfondo.

Nel frattempo, nel suo piccolo, neanche la Corea del Sud è rimasta a guardare. Una società spaccata che negli ultimi tre anni ha vissuto, nell’ordine: due elezioni, una presidenziale, vinta dal candidato conservatore, e una parlamentare, vinta dallo schieramento opposto; un tentativo di colpo di stato da parte del presidente conservatore di cui sopra, poi deposto; e, ultimo ma solo in ordine di tempo, il più grave disastro aereo della storia del paese, quello dello scorso 29 dicembre in cui sono morte 179 persone.

Ma il salire su un aereo, per quanto comporti sempre una risibile probabilità di evento infausto, non sarà mai come “scegliere” di partecipare al Gioco del calamaro, dove le probabilità di morire sono più alte che alla roulette russa, refrain michaelcimin-iano che pervade tutto il primo episodio, sorta di gioco che anticipa i giochi. Le puntate totali stavolta sono sette, due in meno della prima portata, e il filo della narrazione riprende esattamente da dove si era interrotto tre anni fa. Anche il secondo episodio è abbastanza interlocutorio, e solo nel terzo si torna finalmente (si fa per dire) sull’isola, agli enormi stanzoni colorati, alle gigantesche riproduzioni dei cortili di una volta, ai labirintici passamenti che sembrano scaturiti dalla mente di Escher. Un lager dove risuonano nenie stranianti e voci asettiche che danno istruzioni dagli altoparlanti come in un aeroporto o in un supermercato. A prima vista il plot sembrerebbe ricalcare quello della prima stagione, e in parte è così, poi ci si accorge delle differenze, che rendono Squid Game 2 un prodotto di ottima fattura, scritto e diretto con maestria, con Dong-hyuk che si ingegna nel confezionare una storia credibile e avvincente, anche se forse una maggiore stratificazione di alcuni personaggi, in particolare tra i concorrenti – alcuni dei quali, come il trapper bullo o la megera supponente, sono un po’ stereotipati – avrebbe ispessito un racconto che è anche fondato sugli intrecci di differenti personalità ed estrazioni sociali.

Alla seconda edizione partecipano altri 456 disperati (evidentemente anche l’opulenta e democratica Corea del Sud è piena di poveracci), l’ultimo dei quali, il numero 456 appunto, è sempre il protagonista Seong Gi-hun, che dopo essere uscito vivo dall’isola al termine della prima stagione, vive nell’ossessione di fermare il gioco e impedire che la mattanza continui. Del resto grazie alla vincita miliardaria ottenuta può permettersi di ingaggiare una squadra di mercenari per rintracciare il misterioso reclutatore, che – come si ricorderà – aggancia le sue vittime nelle stazioni della metropolitana della capitale, sfidandole a Ddakji.

Ddakji che è presente anche in uno dei nuovi giochi previsti a questo giro. Sì, perché a parte la prima prova (Un, due, tre… stella!), che è identica a quella della stagione 1, i test sono tutti inediti e dunque sconosciuti anche a Gi-hun, che in quell’inferno è già stato. Lui che adesso è molto più leader, un Masaniello che organizza addirittura una sommossa per fuggire da quella mortifera gattabuia. Succede spesso che il personaggio che nel capitolo uno diventa un eroe quasi per caso, nel sequel appaia più risoluto e capace di comando (per esempio, sempre per rifarci al cinema, era il caso di Roy Scheider/Martin Brody ne Lo squalo 2, ma anche di Mel Gibson/Max Rockatansky in Interceptor – Il guerriero della strada).

Ma le differenze non si esauriscono qui. Le novità partono dalle regole d’ingaggio, in particolare il fatto che al termine di ogni gioco è prevista una votazione collettiva dove i concorrenti possono scegliere se proseguire o andarsene col montepremi fin lì accumulato, naturalmente suddiviso in parti uguali tra tutti i superstiti. Inutile dire che ogni votazione si rivela uno stillicidio giocato sul filo del singolo voto, generando una tensione pari, se non superiore, a quella indotta dalle stesse gare con in palio la sopravvivenza. Come detto, anche i giochi, sempre candidi all’apparenza e brutali negli esiti, sono nuovi; ma tengono col fiato sospeso come quelli dell’altra edizione. E poi c’è di nuovo l’insider, il burattinaio che sceglie di partecipare in prima persona alla mortale lotteria, ovviamente in incognito. Lo diciamo senza timore di spoleirare alcunché, visto che la cosa viene svelata quasi subito e visto che anche nella prima stagione accadeva lo stesso. Stavolta è Frontman in persona a scendere nell’agone, musk-erandosi da concorrente (o ancora meglio, s-musk-erandosi, visto che la maschera, quella vera, deve togliersela per poter sembrare uno dei tanti).

Perché giochiamo col nome dell’Elon patron di Tesla e Space X? Frontman, il manovratore occulto che decide di concedersi un giro di giostra nel gioco di cui tesse le fila, è un po’ come Musk, manovratore dei destini mondiali che decide di farsi un giro in politica entrando – succederà a breve – nella nuova squadra di governo americana. Entrambi, evidentemente stufi di starsene lì fermi a osservarci da dietro un vetro, per una volta si concedono il brivido di esporsi in prima persona. Sennò, devono aver pensato, c’è il rischio che a noi ci viene la noia.

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