Cultura popolare. Musica e cinema alle prese col genio di Escher
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Valerio Di Marco
- 20 Marzo 2024
Maurits Cornelis Escher è stato uno dei pochi incisori a guadagnarsi la fama di grande maestro dell’arte e forse l’unico a entrare così prepotentemente nella cultura popolare. Com’è noto le sue opere, principalmente xilografie e litografie, erano stranissime, paradossali, foriere di illusioni ottiche, e presentavano esplorazioni, tassellature, distorsioni del piano e dello spazio, nonché raffigurazioni di architetture impossibili, surreali, fantastiche, facendo propri concetti mutuati dai campi della logica, della matematica, della geometria, ma forse pure della psicanalisi.
Come sia stato possibile per lui affermarsi presso il grande pubblico è difficile a spiegarsi, fatto sta che a partire dalla seconda metà del Novecento musica, cinema, moda, letteratura e mondo dei fumetti iniziarono a omaggiarlo con citazioni tra le più svariate. Musica e cinema in particolare, a partire dalle molte copertine di dischi che artisti pop-rock dedicarono a Escher o dalle cui opere, molte delle quali in mostra a Roma fino al 1 aprile nella personale a lui dedicata a Palazzo Bonaparte, trassero ispirazione.
È il caso, per esempio, dei glam rocker inglesi Mott The Hoople, che sulla cover del loro album di debutto, l’omonimo pubblicato nel 1969, piazzarono, probabilmente senza il permesso dell’autore e per giunta in un’orripilante versione a colori, un disegno di Escher intitolato Rettili e raffigurante dei coccodrillini che si facevano un giro sulla scrivania, tra libri e matite, per poi rientrare nel foglio dalla parte opposta, uno dei classici nonsense ciclico/naturalistici del Nostro sullo stile del celeberrimo Metamorfosi II.

Lo stesso leader dei MTH, Ian Hunter, una volta lasciata la band e messosi artisticamente in proprio, continuerà a battere sul tasto escheriano pubblicando in bella vista sul suo lavoro d’esordio (1975) un’immagine chiaramente ispirata alla parimenti iconica Buccia, opera datata 1955 e raffigurante una testa umana “sbucciata” come una mela o un’arancia. Sempre in tema di “francobolli” pop di Escher come non citare poi la celebre Mano con sfera riflettente ripresa dal duo Cymbal And Clinger (formato dal cantautore scozzese Johnny Cymbal e Peggy Clinger, ex componente delle mitiche Clingers) per l’album eponimo del 1972, oppure l’anch’esso famosissimo Relatività ripreso dai Prodigal (evidentemente anche ai gruppi rock cristiani piaceva l’arte cervellotica) per il loro disco d’esordio omonimo (1982).
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E addirittura i Bauhaus, però non quelli inglesi di In The Flat Field bensì un semisconosciuto combo italiano degli anni ’70 che suonava prog e fusion, dedicarono all’artista dei Paesi Bassi non solo la copertina ma anche il nome del loro unico album in studio, registrato nel 1974 e pubblicato nel 2003, Stairway To Escher. C’è poi chi, come i Rolling Stones, avrebbe voluto commissionare al maestro un’immagine inedita per un proprio lavoro. Quando la band inglese stava registrando Let It Bleed, Mick Jagger inviò all’artista una lettera dai toni evidentemente fin troppo amichevoli che iniziava con un «Ciao Maurits» e in cui era contenuta la richiesta di realizzare la cover del disco che sarebbe uscito alla fine di novembre del 1969.
Maurits però non la prese bene e non soltanto declinò l’invito ma si mostrò pure infastidito dall’approccio colloquiale assunto dal leader degli Stones. E per giunta rispose per interposta persona, indirizzando la replica non al mittente ma a Peter Swales, uno storico della psicanalisi collaboratore della band: «Voglio dedicare tutto il mio tempo e attenzione ai molti impegni che ho. Non posso accettare qualsiasi altra richiesta o perdere del tempo per la pubblicità. A proposito, si prega di dire al signor Jagger che per lui io non sono Maurits, ma, molto sinceramente, M.C. Escher». Un bel “no” stampato in faccia al frontman che ai rifiuti non era abituato. Anche i Pink Floyd – ma non è difficile immaginarlo – avevano un’infatuazione per Escher e pure loro ne evocarono i paradossi grafici sulla copertina di Ummagumma, il loro quarto LP, raffigurante una foto ricorsivamente contenente se stessa, un po’ sullo stile di Mani che disegnano (1948).
E il cinema? Pure qui ci sarebbe di che sbizzarrirsi nel citare le citazioni, specialmente a partire da fine anni ‘70/inizio ’80. In Suspiria di Dario Argento, per esempio, l’accademia di danza teatro della vicenda si trovava proprio in Escher Strasse e nel film, enigmatico e contorto come le opere dell’artista, i riferimenti erano lapalissiani, a partire dalla decorazione sulle pareti della stanza in cui si svolgeva il primo omicidio.

Altro esempio è Labyrinth, film fantasy del 1986 diretto da Jim Henson (il creatore dei Muppets) con protagonista David Bowie, in una delle sue numerose prove d’attore, nei panni di Jareth, il re dei Goblin, la cui dimora era appunto un castello i cui labirintici interni erano ispirati proprio alle incisioni di Escher. Sempre del 1986 è la trasposizione cinematografica de Il nome della rosa, romanzo di Umberto Eco, anch’essa ambientata in un maniero i cui angusti e tetri ambienti era fin troppo chiaro da dove traessero ispirazione.
Anche in Nightmare 5, quinto capitolo della saga con Freddy Krueger, il regista Stephen Hopkins non faceva mistero della sua fascinazione per Escher: la scena finale si svolgeva infatti in un onirico dedalo di scalinate sovrapposte, capovolte, cangianti. Ma poi echi escheriani avremo anche nella saga di Harry Potter, con le rampe del Castello di Hogwarts, in Inception di Christopher Nolan e perfino in Una notte al museo 3, senza tralasciare le serie tv, e segnatamente Squid game, con gli interni coloratissimi e caramellosi all’odore di latte e biscotti in cui si svolgevano le mortifere prove del Gioco del calamaro.
Insomma il genio della Frisia ha stregato tutti, le sue opere staresti a guardarle per ore piantandovi gli occhi come ipnotizzato, alla ricerca del più minimo dettaglio che possa sfatare l’inganno. Infatti alle sue mostre c’è sempre ressa, le sale si riempiono di gente e non si svuotano mai perché tutti che entrano… e nessuno che escher.
