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Ora, diventa difficile aver apprezzato Squid Game, concordato sul suo postulato di fondo, colto la lezione di psicologia aggregata (o quantomeno essersi accorti che ne offre una), senza venire perlomeno sfiorati dal dubbio di vivere in una realtà avviata verso quella raccontata nella serie sudcoreana, la più vista in assoluto su Netflix.

Il “complottismo” fino all’11 Settembre non era considerato colpa meritevole di sberleffi ed era condiviso su larga scala anche dall’industria dell’intrattenimento, termometro principe – al pari della pubblicità – del sentiment collettivo. Nessuno si sarebbe mai sognato di bollare Matrix (non a caso citato in quest’opera), The Truman Show e Nemico pubblico come pane per disadattati mentali o paranoici incappucciati convinti che la terra fosse piatta. Le facoltà di lettere e scienze (un po’ meno quelle di economia e ingegneria) erano piene di universitari che citavano e parafrasavano le battute di Neo (quando addirittura non li vedevi arrivare in trench e occhialini neri d’ordinanza), il non ce lo dicono era convinzione diffusa e serpeggiava la sensazione che a breve sarebbe venuto giù tutto, grazie anche alle enormi praterie di libertà e parità promesse (ma non mantenute) dalla rete.

A venire giù furono invece le Twin Towers e “complottista” iniziò ad assumere l’accezione negativa che ha oggi. Nel caso specifico, lo era chi sosteneva che gli americani le torri se l’erano buttate giù da soli, magari con l’aiuto degli israeliani, ma da lì pian piano il marchio si allargò ad altre fattispecie assumendo i crismi dell’infamia e venendo elargito con sempre più generosità (corroborata anche da certe strampalate argomentazioni oggi giustamente sbertucciate a mezzo meme o reclami del Buondì). La crociata ideologica fu così pervasiva e convincente da estendersi, nel tempo, a ogni questione in cui a essere messo in discussione era l’ordine costituito. E questo nonostante crisi economiche, terrorismo, stragi di migranti, cataclismi e pandemie, roba che di per sé basterebbe a rovesciare governi e governanti.

Squid Game in un certo senso va controcorrente ed è un’opera di denuncia. Va detto che fu concepita in tempi non sospetti, a partire dal 2008, anno dello shock dei mutui subprime e degli scatoloni di Lehman Brothers – e infatti in alcuni passaggi finali risente di quel climax a suo tempo perfettamente reso al cinema da Oliver Stone nel suo Wall Street 2 – ma parla all’attualità in modo impressionante. Le disuguaglianze sociali, l’iniqua distribuzione della ricchezza, la frattura tra classi, la discriminazione, l’alienazione urbana e la distanza sempre maggiore tra centro e periferie come conseguenze dello svilimento della democrazia rappresentativa, dello spostamento di fuoco del perseguimento del bene comune verso gli interessi delle élite, del dibattito pubblico orientato ad arte in ragione del divide et impera, del grande vecchio (o consesso di grandi vecchi) che muove fili e destini dell’umanità per tornaconto di parte (ma anche senza “burattinaio” l’ideologia dominante, ormai introiettata dalle persone, è sempre pronta a scatenarsi sulla base di immagini selezionate. Del resto le folle non ragionano ma – più semplicemente – reagiscono a immagini).

Parla degli ultimi, Squid Game, che sono molti di più dei “primi”. Se la società è una piramide va da sé che la base è più numerosa, ma se la base non ha voce hai voglia a urlare. I diseredati, gli emarginati, i nullatenenti: ecco chi sta alla base. Parla di una realtà, Squid Game, in cui le masse sono destinate a far ritorno a quell’anonimato dov’erano stipate fino all’avvento della società di massa, appunto; una realtà in cui le moltitudini non partecipano più alle decisioni, non si interessano più a quanto avviene sopra le loro teste, preoccupate in primis dalla necessità di sopravvivere ma anche fiaccate da sfiducia e disinteresse per la politica che a qualcuno faranno pur comodo. Si cala perfettamente nel mondo del 2021 e in fondo suona come una grossa metafora, quella dello strapotere della finanza, della sorveglianza di massa, degli esperimenti di ingegneria sociale per testare la risposta collettiva, dello spostare l’asticella ogni volta di una tacca più su (o più giù) in modo da far accettare al popolo, attore sempre più svuotato di diritti e rappresentanza, sottrazioni di libertà e sovranità sempre maggiori. In Squid Game il potere è un leviatano che, sotto le false insegne democratiche, ricorre alle stesse tecniche dei regimi totalitari: ricatto, paura, strategia della tensione, incoraggiamento alla delazione, creazione e alimentazione adulterate di contrapposizioni tra i cittadini al fine di distrarli e indebolirli, cadaveri di riottosi giustiziati e appesi in pubblico come monito per la collettività. Il tutto, aggiornato con i moderni processi del controllo dei dati, della schedatura a mezzo informatico, dei chip innestati sotto pelle.

A queste e altre riflessioni inducono i nove episodi della carrellata resa disponibile online a settembre e dove il discorso è declinato in chiave distopica e fantascientifica (ma neanche troppo… purtroppo). C’è tutto, nell’opera scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk: Orwell, Bradbury, Dick e Huxley, certo, ma anche il cinema: Tarantino, per la vis gore/exploitation ma anche per la fascinazione filo-orientale per la violenza qui potenziata all’estremo, Guerre Stellari per il richiamo all’ancestrale contrapposizione buoni/cattivi (e per alcune maschere utilizzate che prefigurano incassi da capogiro dal merchandise), Christopher Nolan e in particolare il suo secondo e terzo Batman per gli spunti rispettivamente sociologici e di economia politica; ma pure – appunto – i succitati blockbuster “dubbiosi” a stellestrisce che interpretavano le paure di fine secolo scorso – preoccupazioni, viene da dire, quasi naïf rispetto a quanto il nuovo millennio ci avrebbe effettivamente riservato – ai quali ci sentiamo di aggiungere una primizia come Cube per l’agghiacciante e futuristica impronta coatta/carceraria, oltre al fatto che la storia prende le mosse dai bassifondi di una moderna megalopoli asiatica (Seul) riportandoci ai miasmi suburbani di Parasite.

E poi l’idea del gioco mortale già rievocata nella saga di Hunger Games (peraltro successiva all’idea di Squid Game) sulla scia anche di The running man, il capolavoro letterario di Stephen King che nel 1987 divenne un film – l’omonimo (in Italia, L’implacabile) – tra i più sottovalutati di quel decennio. Ma è altresì l’iconografia a fissare i tratti di un lavoro profondamente pop, parvenza e simboli che richiamano apertamente il mondo dei videogiochi stridendo però con la fanciullesca e stradaiola elementarità delle prove richieste ai partecipanti per guadagnarsi l’accesso al “quadro” successivo, quei giochi che una volta i bambini facevano nei cortili come lo stesso del titolo che costituisce la prova finale. I simboli sono facili da imparare, così come le gerarchie: cerchio, triangolo, quadrato. Del resto, quando si arriva in un’azienda la prima cosa che si impara è chi comanda (e per questo lo Stato, nell’ideale neoliberista, dev’essere gestito come un’azienda: perché in azienda non c’è democrazia, ma uno solo che comanda e tutti gli altri che obbediscono).

Il contrasto figurativo è l’anima della serie. All’infernale e claustrofobico labirinto submetropolitano degno di Blade Runner da cui muove la vicenda si contrappongono i paradisiaci scenari da reality esotico dove i concorrenti, opportunamente narcotizzati, vengono portati per partecipare al gioco; al fetente dedalo di viuzze dei sobborghi con i loro diroccati chioschi del pesce e i loro lezzi malsani fa da contraltare l’odore di latte e biscotti delle infantili ambientazioni teatri delle prove; alle smorte tinte dell’hinterland fatiscente rispondono i colori sgargianti di stanzoni molto più simili a gigantesche camerette per bambini o agli interni di ipotetiche costruzioni Lego a grandezza d’uomo; ma soprattutto, agli inganni e alle insidie della strada si oppone l’elementarità bambinesca delle regole del gioco, poche e comprensibili. C’è un’idea di ritorno all’innocenza come viatico per la salvezza ma sarà un percorso lungo e tortuoso. Squid Game è un gioiello che a questo punto sarebbe un peccato se non avesse un seguito perché ha ritmo, tensione, intelligenza, una regia straordinaria e attori tra i quali si fatica a scegliere il più bravo.

Ma ripetiamo: è la potenza nichilista a fare di questo contenuto un piccolo capolavoro. Una lettura spietata e senza speranza della società occidentale, lettura declinata in chiave antagonista e anticapitalista. I protagonisti sono dei reietti poveracci e indebitati che per poter saldare quanto dovuto agli strozzini, per potersi ricongiungere con la famiglia o per poter garantire le cure a un familiare malato in un sistema sanitario dove sopravvivi solo se paghi, accettano di partecipare a un gioco mortale con in palio un enorme montepremi in denaro. Si prestano alla competizione perché sanno di non avere alternative, checché ne dica il mantra neoliberista dell’opportunità e checché porti a pensare l’idea di democrazia liberale con i suoi ormai triti e ritriti – nonché vuoti – riti e istituzioni. In un sistema escludente, la libertà di scelta è solo di facciata.

La vita di questi miserabili conta così poco che accettano di metterla in gioco in questa terribile lotteria, una roulette dove il nero-pece è il colore fisso del domani e il rosso quello del sangue. Il gioco, l’azzardo: ecco un altro concetto alla base di Squid Game, che ci parla del mors tua vita mea come chiave dei rapporti sociali, ma anche di un mondo dove non contano talento e capacità ma solo trovarsi nel posto giusto al momento giusto. L’all-in come unica filosofia, la fortuna unica via per inseguire il riscatto: la si tenta perché non si ha più niente (del resto il protagonista è un ludopatico). Va bene l’abilità, che in fondo è una delle doti richieste per sopravvivere agli scenari dell’orrorifico concorso, ma nel mondo là fuori il più delle volte l’abilità non è conditio sine qua non per arrivare a domani. Il mondo semmai è dei furbi, ma solo di alcuni più scafati, prepotenti o disonesti.

Come negli anni ’80, ma almeno lì si diceva che ce la facevi perché eri bravo, non eri bravo (solo) perché ce la facevi. Ecco perché Squid Game è tremendamente attuale: risuona dell’odierno zeitgeist, della cultura dei talent, dell’uno su mille ce la fa ma gli altri 999 pensano che presto toccherà a loro, degli sfruttati che si sentono milionari in temporanea difficoltà (John Steinbeck dixit); risuona del rampantismo, dell’ammirazione (spesso tradotta in emulazione) per gli imprenditori (e imprenditrici) digitali che fondano il loro impero sull’aver caricato foto su un social, del “visionario” che non si nega a nessun riccone annoiato e dedito alla mera accumulazione di capitale intervallata da svaghi dai costi fantascientifici. L’uno o l’altro non fa differenza: chi si afferma è un vincente, chi resta indietro è un “rosicone” o – nella versione silente e remissiva – un fallito. Non c’è riscatto, per i protagonisti di Squid Game, per i proletari indigenti alcuni dei quali un barlume di umanità in questa merda cercano comunque di mantenerlo.

Il sistema, però, è una macchina che alimenta se stessa: fa e disfa, dice e contraddice, e forse è questa la sua forza. E se a distribuire la serie è stata la multinazionale Netflix non stupisce che sia già partita la crociata delle istituzioni per cercare di bandirla. In fondo fa tutto parte dello stesso gioco: è il consumo, baby. In Inghilterra (ma va’…) la considerano pericolosa e diseducativa; in Belgio i bambini si picchiano a vicenda come nelle sequenze della serie e anche da noi gli psicologi mettono in guardia dall’emulazione soprattutto nelle fasce d’età inferiori ai 15 anni, qualcuno ha già firmato richieste per stoppare la messa in onda. Accade sempre così: si finisce col parlare degli aspetti esteriori eludendo il nocciolo della questione. Il che poi susciterà ancora maggiore curiosità e porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento delle visioni, in una spirale che terminerà al prossimo grande fenomeno televisivo.

È marketing, strategia commerciale, con buona pace delle analisi sui massimi sistemi. Le ingiustizie sociali? La povertà? La dittatura dei potentati finanziari? Tutto vero, però adesso fateci vestire come Front Man. Già, il successo della serie si ridurrà, come sta già avvenendo, a frotte di ragazzini che acquistano su Amazon o nei negozi K-pop le tute indossate dai protagonisti oppure a famiglie che ordinano via smartphone cene a base di junk food coreano. Ma non saranno il commerciale né le petizioni su Change.org a ucciderla, no: Squid Game morirà davvero quando, per confutarne l’interpretazione antisistema e sterilizzarne il portato anarchico/rivoluzionario, la maggioranza degli esimi dotti sosterrà che tanto è solo fiction. Il che ammazzerà anche decenni di cinema, musica, pittura e letteratura dissenzienti.

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