Recensioni

7.5

In questo folle e cangiante mondo musicale, ci sono due strade: continuare fino allo sfinimento a tentare versioni diverse (seppure sempre buone) di se stessi (è il caso degli ormai nomi blockbuster IDLES e Fontaines) o rischiare l’ignoto. Gli Squid, per il loro terzo album Cowards, scelgono la seconda via, mandando definitivamente in soffitta il revival post-punk e camuffano ulteriormente le facili seppure non automatiche comparazioni con Can, Neu! e compagnia kraut. Per chi, come Beaumont di NME, aveva creato praticamente per loro la categoria crank wave (insieme ai cugini Do Nothing, Life e altri), il messaggio è chiaro: grazie, ma noi ora siamo altrove.

Se l’esordio Bright Green Field aveva il piglio iper-analitico e schizofrenico della band post-brexit anche un po’ saccente, e il monumentale O Monolith si muoveva come un enigma di Pollock su tela sonora recuperando anche pezzi di folklore delle campagne inglesi, Cowards sembra proprio essere l’album della disintossicazione. Dal delirio nervoso alla distopia raffinata dei Radiohead, dalla compulsione al loop infinito in pieno stile These New Puritans, dalla nevrosi ritmica alle citazioni letterarie e ai viaggi intercontinentali. Non si tratta di un vero e proprio “ammorbidimento” – perché sia chiaro qui non c’è nulla di conciliante – ma di una decostruzione chirurgica del loro stesso suono.

I primi segnali si colgono già in apertura con Crispy Skin. Il pezzo, con la sua architettura prog e l’incalzante carillon elettronico, è un profetico anti-climax che discende verso una tela oscura, insinuando un senso di minaccia latente, mentre Ollie Judge riadatta il mondo paranoico e barbarico del romanzo Tender Is The Flesh, dove il cannibalismo è una norma sociale. Vero, come in O Monolith anche qui c’è la pulsazione mantrica ma è come se la band stesse deliberatamente cercando di ridefinirsi, esplorando nuove etichette per disfarsi delle vecchie.

L’apertura dell’album rimane nell’ambito del miraggio orchestrale. Cowards rivela una dimensione ambigua: frenetica in superficie, ma sacra e meditativa, avvolta da un silenzio quasi spettrale, quando si entra in profondità. È il caso di Building 650, che cattura una solitudine paradossale, ispirata al primo viaggio di Ollie Judge in un luogo proverbialmente dicotomico come il Giappone. Tensione e rarefazione che restituiscono la sensazione di un isolamento sottile, nascosto tra il rumore della folla. Un po’ come accade anche in Blood on the Boulders, una ballata al piano avvolta da un’atmosfera da cabaret spettrale, seguita dalla duplice ninnananna minimalista di Fieldworks I & II.

Gli Squid si divertono a smontare e riassemblare il pop barocco, sfiorano il folk per poi distorcerlo con un’irregolarità quasi matematica. Cro-Magnon Man intreccia l’elaborata stratificazione armonica dei Grizzly Bear con la coralità frammentata degli Animal Collective o dei Broken Social Scene, mentre la chiusura Well Met (Fingers Through the Fence) si dilata in un’odissea sonora di otto minuti, dove il gusto teatrale alla Residents si fonde con orchestrazioni che evocano tanto la grandiosità dei Penguin Cafe Orchestra o (meglio) degli Olivia Tremor Control quanto le architetture orchestrali di Moondog.

Ma la vera svolta di Cowards è l’abbandono del claustrofobico solipsismo che aveva caratterizzato i primi due album. Se la loro musica fino ad ora sembrava il prodotto di un’intellettualizzazione pandemica, chiusa tra mura domestiche e cervelli in iperstimolazione, qui c’è un’apertura verso il mondo esterno. Un dettaglio non da poco: questo è il primo album scritto dopo una lunga serie di tour e viaggi, e si sente.

Chi si aspettava esplosioni convulse e geometrie punk dovrà ridimensionare le aspettative. L’unico momento che potrebbe far contenti i nostalgici della loro vecchia frenesia è Showtime!, che parte come un inno post-punk alla Mission of Burma e finisce in un vortice elettronico in stile Prodigy. Ma è una (piacevolissima) eccezione.

Oggi gli Squid non devono più dimostrare nulla. Hanno smesso di giocare a tetris con i generi e hanno iniziato a costruire la loro architettura. Cowards è l’album di una band che sta imparando a esistere fuori dalla sua stessa consapevolezza. Non sono più le scimmie impazzite della sperimentazione, che accumulano riferimenti per darsi un tono. Ora il tono è solo il loro.

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