Recensioni

Foodman, alias del giapponese Takahide Higuchi, è uno dei nomi più eccentrici emersi dalla scena footwork nipponica. Ma sarebbe riduttivo definirlo un artista footwork in senso stretto: del genere mantiene il telaio ritmico e la grammatica dei loop, svuotandoli però della componente legata alla strada e al ballo. L’idea è quella di trasformarli in un linguaggio personale, fatto di miniature sintetiche, percussioni scheletriche, effetti giocattolo e associazioni imprevedibili.
Dopo l’esplorazione interiore di uchigawa tankentai, EP del 2023 in cui aveva accentuato il lato più cartoon della propria musica tra vocine deformate, filastrocche e atmosfere da animazione, la nuova prova dovrebbe rappresentare il momento della “luce che entra”, come suggerisce il titolo. L’ascolto però pone tutt’altre evidenze: ci troviamo in una stanza chiusa illuminata soltanto dal bagliore di uno schermo colorato, con poco altro intorno e nessuna finestra aperta verso l’esterno. La sua musica è un flusso continuo di stimoli: le voci sono la chiave, ma anche le porte d’accesso a un mondo claustrofobico che, una volta attraversato, non lascia facilmente scampo.
Le quattordici tracce del disco, raccolte in appena 37 minuti, funzionano come stanze disadorne costruite con pochi elementi. Foodman lavora sulla voce come materiale plastico: la pitcha, la spezza, la moltiplica, creando dialoghi tra registri diversi, filastrocche deformate e personaggi immaginari. L’attenzione riservata a questo elemento è forse l’aspetto più riconoscibile del disco: le voci sembrano palline lanciate in un flipper sonoro, rimbalzano tra effetti, filtri, loop e frammenti ritmici, cambiano spesso direzione senza mai trovare una traiettoria stabile. Nakamamo apre il lavoro con un collage di voci frammentate, scratch e tastiere minimali, Omoi recupera invece una parvenza di struttura footwork attraverso clap e loop vocali, mentre Hard Reclining sorprende con un’improvvisa apertura melodica quasi pop, subito sabotata da un nuovo accumulo di effetti. Kokizami, la traccia più lunga, porta il caos verso un livello quasi paranoico prima di rallentare in una sorta di deriva percussiva.
Il problema di HIKARIGASASHIKOMU è proprio nella sua coerenza: un gioco sul crinale del disagio psichedelico, un anarchico parco giochi sonoro che sostituisce il percorso comunicativo postulato nelle premesse. Ed è qui che il disco mette alla prova l’ascoltatore, quello occidentale almeno: davanti a un’estetica così distante e difficilmente decifrabile rimane una barriera d’accesso che richiede un atto di fiducia totale nei confronti del suo linguaggio.
Il mondo di fooman rimane ostinatamente chiuso. È piuttosto la registrazione di un metodo, di un modo di assemblare suoni e intuizioni, affascinante nella sua singolarità ma anche limitato: un parco giochi colorato, sì, ma dove dopo un po’ si finisce per riconoscere gli stessi giochi.
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