Squid
Squid, foto di Alex Kurunis (2023)

La nostra musica non ha limiti. Intervista agli Squid

Ennesimo chilometro percorso in un una classica giornata di lavoro. Carichi gli strumenti in furgone e parti per il prossimo concerto. Spesso, però, è nell’ordinaria routine che si nascondono le intuizioni. Al chitarrista Louis Borlase e al tastierista Arthur Leadbetter quel cicalio della freccia suona davvero bene, tanto che si mettono a battere il tempo. Anche questo è finito in O Monolith, il secondo album degli Squid, la band che ha stregato tutti con il suo debutto Bright Green Field. Ce lo facciamo raccontare da Leadbetter che, davanti a una tazza fumante, comincia a mettere in fila i pensieri.

Partiamo da un luogo. E che luogo: gli studi Real World di Peter Gabriel. «Avevamo appena finito il tour negli Stati Uniti, eravamo stati molto tempo fuori casa», racconta Leadbetter: «Gli scenari del Wiltshire mi hanno totalmente immerso in quel verde dei campi e nell’azzurro di quel cielo». Dopo una pausa, continua: «Sì, sono abituato alla campagna inglese ma, dopo essere stati lontani per un po’, è stata come una riconciliazione. Il paesaggio è entrato nelle trame del disco».

Era proprio il paesaggio il protagonista della copertina di Bright Green Field, a conferma della teoria di Leadbetter: «Lo scenario ha sempre giocato un ruolo importante nel nostro sound. C’è un dialogo costante tra la nostra musica e ciò che ci circonda. O Monolith è un dialogo tra i nostri spazi». Spazi diversi tra loro, perché i membri degli Squid provengono da Londra, dalla East Anglia rurale, da Bristol. I loro esordi, poi, sono sbocciati in quel cantiere aperto che risponde al nome di South London; una fucina di album e artisti che, in breve tempo, hanno avuto ottimi risultati discografici, nonostante, spesso, si tratti di musica non propriamente commerciale.

La figura più importante di quell’ecosistema musicale è Dan Carey: un Re Mida che, limitandoci a un breve elenco, ha prodotto o missato brani o interi album di Tame Impala, Django Django, Bloc Party, Bath For Lashes, Black Midi, Fontaines Dc, Wet Leg, Foals e, ovviamente, Squid. Perciò, le parole di Leadbetter non mi sorprendono, dato che «Dan è un carissimo amico: è capace di tirare fuori da noi la più pura emozione, spingerci fin dove è necessario per migliorarci. È sempre entusiasta ed è davvero bello averlo attorno mentre fai un disco».

Squid
Squid, foto di Studio UJ (2023)

Due anni fa scrivevamo in merito all’esordio degli Squid: «Sembra non avere alcuna unità eppure i brani sono parte integrante di un immaginario preciso. Giunti al termine dell’ascolto la sensazione che prevale non è caotica, non nostalgica, né decadente; si ha l’impressione di aver attraversato il quotidiano, anzi, di aver camminato a lungo vedendo l’alternarsi degli scenari e ascoltando le storie di gente comune». A distanza di tempo, sottoscrivo a pieno questa sensazione e, rileggendo queste parole, mi è anche tornato in mente un pensiero di allora. Se Bright Green Field era così pieno e imprevedibile, un secondo album avrebbe certamente deluso.

Sono stato smentito alla grande. In O Monolith il caos è più a fuoco: gli effetti vocali di Siphon Song sembrano usciti da un brano dei Kraftwerk, in Undergrowth sembra di essere in pieni anni ’90, The Blades ha qualcosa di radioheadiano. After The Flash è sognante, Green Light si inerpica su per un math rock di matrice ’00. Il brano finale If You Had Seen The Bull’s Swimming Attempts You Would Have Stayed Away chiude un cerchio iniziato con lo splendido inizio affidato a Swing (In A Dream). Insomma, come nell’esordio, gli Squid si mostrano per quello che sono: una creatura strana e imprevedibile che sembra talmente lontana dal concetto di pop, che ti ritrovi a canticchiare parti vocali e strumentali dei brani.

Arthur Leadbetter è d’accordo con questa visione: «Credo ci faccia bene pensare di essere diversi da tutto quello che si sente in giro, ma, allo stesso tempo, sappiamo di avere tratti in comune con alcune band coetanee. Parlavamo prima di South London e, per chi la reputa una scena, questo è piuttosto facile da riscontrare». È proprio nella parte meridionale della City che gli Squid hanno tessuto i rapporti di quello che è un vero e proprio team, di cui fa parte anche il grafico Oscar Torrans. È lui l’uomo fidato delle copertine e per O Monolith ha elaborato un vero e proprio alfabeto ispirato a vecchi arazzi europei e ad alcuni segni grafici del XVII secolo.

Qualche collega del tastierista ha affermato che quasi il 70% del disco è stato scritto in tour. Leadbetter ridimensiona la percentuale, ma non è tanto questo il punto. Piuttosto, la curiosità non è numerica, quanto musicale: quali sono stati gli ascolti che hanno portato a O Monolith? I nomi che saltano fuori vanno da riferimenti telefonati come Remain In Light dei Talking Heads e Brian Eno a sorprese, come i Daft Punk. Leadbetter mi parla anche di Dean Blunt, di cui adora gli arrangiamenti.

Nelle carriere delle band c’è sempre un concerto che cambia le cose. Se sei fortunato te ne accorgi subito, altrimenti entra in gioco il famoso “senno di poi”. Il live degli Squid alla Scala di Londra nel dicembre 2022 è stato un momento importante per il gruppo, incensato dalla stampa e da chi c’è stato. Chiedo conto al tastierista, che, con occhi brillanti, dice: «È stato davvero un grande concerto. Siamo stati capaci di maneggiare con disinvoltura le varie anime del nostro sound, i vari capitoli della nostra vita di band. È stato anche un momento in cui ho avuto la sensazione che il nostro passato e il nostro futuro erano proprio lì, nel presente. Una sensazione strana, ma bellissima. E, poi, il pubblico è stato incredibile».

Gli Squid in Italia arriveranno in autunno (il 19 settembre, in Santeria Toscana 31 a Milano), chissà se allora avremmo già avuto la possibilità di ascoltare i «tre brani avanzati da O Monolith che, prima o poi, pubblicheremo». L’occasione è utile per tornare alla loro partecipazione a Glastonbury dello scorso anno. Riguardando quel live, c’è qualcosa di strano nella folla che canta e balla su brani non certamente facili da assimilare. Leadbetter confessa che, in fondo, questa sensazione di stranezza qualche volta l’ha provata, ma, altrettanto sinceramente, afferma: «La nostra musica non ha limiti, né barriere. Ed è questo il motivo per il quale può arrivare a tutti». Ci sono due album a confermarlo.

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