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Dopo il concerto di Lucca dell’anno scorso, ieri sera sono tornati a esibirsi in Italia gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan, ormai saldamente affiancato dai suoi due vecchi sodali: James Iha alla chitarra e Jimmy Chamberlin alla batteria. Insieme fanno tre quarti del gruppo originale che negli anni ’90 incendiò i cuori di milioni di adolescenti, lasciando ancora vivide le scintille negli occhi di quelli che nel frattempo sono ormai diventati i quarantenni di oggi.

Una schiera di adepti del culto gotico corganiano, fedeli alla stella vittoriana della melan-colia, si è radunata ieri sera presso il nuovo Parco della Musica di Milano, a due passi da Linate, per assistere al residuato di quella band che un tempo fu — fin dai pantaloni argentati di Billy Corgan — certamente più sfavillante.

Una band che oggi appare ancora in gran forma, ma per forza di cose un po’ più oscura(ta), sferzata da due decenni di critiche e da una serie di dischi in buona parte trascurabili. Ma niente ha mai eclissato la luce del loro fulgido passato, che puntualmente ritorna, in un ciclo infinito di tristezza — per noi positiva. Ok scusate, mi sono fatto prendere. Ma se siete avvezzi alla prosa di Billy Corgan — se avete letto per esempio il suo LiveJournal del 2005 o le sue note di copertina sulle ristampe dei dischi — sapete che anche lui parla più o meno così.

E se non siete fan acritici, di certo sapete anche che Billy Corgan non è una persona facile: certi suoi atteggiamenti a volte possono risultare insopportabili e scatenare antipatie difficili da sanare. Le sue dichiarazioni esagerate — le sue sparate spavalde da una parte e le sue lamentele oltremodo insofferenti dall’altra — non hanno giocato a suo favore. Il suo “tenerci così tanto” è commovente, ma alla fine ha fatto più danni che altro.

In un certo senso, non è azzardato affermare che Billy Corgan è probabilmente il frontman che ha maggiormente contribuito a danneggiare l’immagine della propria band, più di quanto abbia fatto qualsiasi altro musicista nella cosiddetta scena alternative rock. Eppure, lui e gli SP sono ancora qui, a comandare un’adunata di ex freaks, vampiri assetati di un mondo musicale che non esiste più — o quantomeno non è più dominante — ma che continua a battere, a far scuotere le teste degli headbangers più incalliti e a farci lacrimare sangue come delle madonne miracolate.

Del resto, l’apertura del concerto è affidata alla furia in frantumi di Glass Theme, in cui Corgan dice esplicitamente di aver conservato “molte lacrime in un barattolo macchiato di sangue”, salvo poi versarne delle altre sul suo presunto tradimento del rock’n’roll: “Tutto solo nella mia anima ho tradito il rock’n’roll”. Solitudine e rock: due punti focali della poetica corganiana, che ritorneranno per tutto il concerto. È solo l’inizio, ma si tratta di un avvio fulminante, il decollo di un razzo sparato fuori da Machina II: The Friends and Enemies of Modern Music, disco pirata dei Pumpkins che non troverete su nessuna piattaforma, perché venne messo liberamente in rete dalla band come un grosso vaffanculo all’industria discografica.

La prima data italiana del The Aghori Tour (la seconda si terrà a Roma questo venerdì) comincia quindi così: con un bel vaffanculo, che fa sempre molto rock’n’roll. Che il rock’n’roll sia l’unico vero credo di Billy Corgan viene ribadito anche nel pezzo successivo, Heavy Metal Machine (da Machina / The Machines of God): lo si capisce dall’intensità con cui Corgan pronuncia quelle due paroline magiche, come se fossero la cosa più importante sulla terra; e in quel preciso istante, probabilmente, anche se non lo erano, lo diventano.

Trattandosi ufficialmente del tour a supporto dell’ultimo album, vengono eseguiti anche quattro pezzi di Aghori Mhori Mei (nell’ordine: Pentagrams, Edin, Sighommi e 999), di cui fondamentalmente non frega niente a nessuno. Ma in questo caso sono un po’ come quelle visite ai parenti di giù: anche se non se ne ha tanta voglia, comunque si devono fare. A volte succede pure che ti diverti, come in questo caso. Ma al netto di questa parentesi contemporanea, per il resto abbiamo avuto la gioia, l’onore e pure il dolore di assistere a uno dei migliori concerti-nostalgia degli Smashing Pumpkins, roba da pogo con le lacrime agli occhi. Trust me.

Nel mio personalissimo palmarès dei concerti, gli Smashing Pumpkins possono vantare l’improbabile primato di essere stati sia il concerto più bello che il concerto più brutto della mia vita. Per dovere di cronaca, il più bello fu a Bologna nel 2018. Il più brutto, o meglio il più deludente, a Milano nel duemilaboh — non ricordo neanche l’anno preciso (e del resto si sa che con loro “il tempo non è mai tempo”) — ma era il tour egoriferito di Zeitgeist, quindi credo 2008 o giù di lì.

Senz’ombra di dubbio, quello di ieri sera entra di diritto nel lato positivo della lista dei ricordi. Il conteggio finale parla chiaro: due ore di concerto senza pause, con 24 brani eseguiti alla perfezione, tra cui quattro highlights da Siamese Dream e addirittura nove da Mellon Collie and the Infinite Sadness, che — giustamente ci ricorda Corgan — quest’anno compie 30 anni. Se siete fan di vecchia data, difficile chiedere di più.

Unica vera grande assente di questa bella rimpatriata tra amici rimane, purtroppo come sempre, D’Arcy Wretzky, la bassista originale dei Pumpkins. Ormai è desaparecida da tempo dai nostri radar e pure da quello di Corgan (strano, perché il loro primo incontro era andato alla grande, con lui che le aveva detto: “Tu sei piena di merda” e lei che aveva risposto: “E tu chi cazzo ti credi di essere?”).

Al suo posto sul palco c’è il bassista Jack Bates, i cui geni non mentono, essendo il figlio di Peter Hook (Joy Division / New Order). Come ulteriore supporto troviamo anche la nuova chitarrista Kiki Wong, stella di TikTok, scelta tra oltre 10 mila candidature e altrettante polemiche. Se la figura di Bates si amalgama bene al contesto cupo della band, lei sembrerebbe molto più adatta a suonare nei Mötley Crüe o in qualche altra band hair metal degli anni ’80, viste le movenze tamarre con cui si dimena sul palco.

Non è una questione di tecnica, quanto un discorso di stile — senza voler arrivare a scomodare quello di anima. Non nego, tuttavia, che questo fastidio visivo potrebbe essere semplicemente figlio di un mio bias cognitivo dovuto al fatto di essere stato allevato da MTV con il marketing del grunge, il non-genere per eccellenza a cui gli SP sono stati spesso impropriamente associati. Qui sta forse uno dei più grossi equivoci/cortocircuiti che riguarda la band di Corgan: infilata a forza nel girone dantesco delle band grunge di Seattle, quando in realtà era tutt’altro.

Lui stesso voleva essere lasciato fuori da quella scena — lo urla chiaramente in mezzo alle mille chitarre di Cherub Rock, tra i pezzi forti della serata — e noi lo urliamo con lui: Let Me Out, lasciatemi fuori. A differenza dei gruppi grunge come i Nirvana, con cui spesso venivano messi a confronto, gli SP sono totalmente privi di background punk. L’idea stessa del punk, per cui chiunque può prendere uno strumento e suonare quello che vuole, è in netto contrasto con l’idea corganiana del guitar hero: il chitarrista virtuoso che si chiude in camera ad esercitarsi. Solitudine e rock, come dicevamo all’inizio.

L’assolo infinito che ci regala alla fine di Porcelina of the Vast Oceans ne è una gradita dimostrazione ultratangibile. L’anima musicale degli SP è sempre stata molto più vicina all’hard rock anni ’70-’80: ai Led Zeppelin, ai Kiss, ai Cheap Trick, ad Alice Cooper e soprattutto ai Black Sabbath. Questa cosa emerge ancora di più nella dimensione live. Non a caso, a fine serata, Corgan omaggia Ozzy Osbourne suonando il riff principale di N.I.B. prima di iniziare l’ultimo brano in scaletta: una versione devastante di The Everlasting Gaze, quando ormai tutti credevamo che il concerto fosse finito con un’altrettanto devastante Zero.

Ma la verità è che quasi tutte le canzoni avrebbero potuto essere l’ultima, perché ognuna di loro è stata devastante a modo suo. Dall’assurdo cinismo felice di Today, che ha fatto esplodere di luci psichedeliche le tre bambole giganti dell’imponente scenografia, allo sfogo liberatorio di Bullet With Butterfly Wings, che invece ha fatto esplodere di rabbia repressa le nostre corde vocali.

Fino ad arrivare alla dolorosità acustica di Disarm e al suo sorriso amaro lanciato nella notte magica dove tutto è possibile di Tonight, Tonight. Una sequenza che ricorderemo per sempre, così come l’adolescenza infinita di 1979, l’amore suicida di Bodies, l’impossibilità di separarci di Ava Adore, lasciata alla voce del pubblico per rinsaldare il legame. Corgan è cresciuto senza una vera famiglia. Per molto tempo siamo stati noi la sua vera famiglia, e lui è stato la nostra. We must never be apart.

E poi non possiamo dimenticare il brano più importante di tutti — Mayonaise — richiesto a gran voce sul profilo social della band, dopo che era apparsa la prima scaletta del tour in Bulgaria in cui non l’avevano eseguita. Mayonaise (My Own Eyes, capito?) è il tipico brano che non è mai stato pubblicato come singolo, ma è diventato lo stesso il più amato dai fan perché è oggettivamente un pezzo della stramadonna, probabilmente il migliore dell’intera discografia dei Pumpkins. Una ballata rumorosa e stridente, suonata con una chitarra da 65 dollari malfunzionante e con un incipit leggendario: Fool enough to almost be it / Cool enough to not quite see it.

I testi di Corgan sono stati spesso criticati perché troppo adolescenziali o indecifrabili nel loro complesso, ma ciò — dal mio punto di vista — non fa altro che ammantare di fascino il fatto che le persone si siano attaccate ad essi in maniera così viscerale. Ogni canzone contiene almeno un verso a cui ci siamo aggrappati nella notte per costruirci sopra il nostro significato: Time is never time at all, The impossible is possible tonight, The killer in me is the killer in you, God is empty just like me — e la lista potrebbe continuare a lungo.

Il mondo è ancora un vampiro. Ma per fortuna Billy Corgan ci ha infilato un paletto nel cuore.

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