Recensioni

6.3

Non siamo stati molto teneri nei confronti degli ultimi Smashing Pumpkins. Nessuno lo è stato, credo, almeno da Oceania in poi. «La cocciutaggine con cui [Billy Corgan] si ostina a voler rinverdire i fasti della sua creatura è in compenso ammirevole – un accanimento che davvero meriterebbe ben altri risultati» scrivevamo a proposito di Shiny and Oh So Bright, vol. 1, il disco che sanciva la reunion del nucleo storico delle Zucche (Corgan, James Iha e Jimmy Chamberlin), anche se non riusciva del tutto a rilanciarne le quotazioni artistiche da troppo tempo in ribasso. Tanto più che, indifferente alle critiche e alle reazioni non proprio favorevoli anche dei vecchi fan, Corgan indulge ancora in progetti mastodontici e dispersivi come ATUM, le cui buone intenzioni un po’ si perdono nella prosopopea che pure si perdonava ai suoi due diretti predecessori – soprattutto, ovviamente, a Mellon Collie and the Infinite Sadness di fronte a una qualità media stupefacente che i Pumpkins non hanno più ritrovato.

Ma William Patrick Corgan non desiste e rilancia un anno dopo con Aghori Mori Mei. Dove oltretutto ribadisce il  proposito di voler riportare un po’ tutto a casa per dimostrare che si può: ritornare alla prima metà dei novanta come se quel sound cristallizzato possa ispirare qualcosa di rivelatorio – parole sue –, di emozionante, se non proprio di nuovo. Concetto tradotto in musica quasi alla lettera, se pensiamo a come Edin si appoggia ai riff sincopati di epoca Gish attualizzandone la sostanza con quello che il gruppo preferisce combinare oggi, dare più spazio ai synth e a un certo riverbero spaziale (rispetto alle meticolose texture chitarristiche approntate insieme a Butch Vig che noi nostalgici appassionati continuiamo a preferire).

Sighommi è un altro pezzo che maramaldeggia – piuttosto agilmente, a onore del vero – a suon di sciabolate heavy metal, di ritmo funky arrembante e di melodie gommose. La base hard rock è in effetti l’impronta musicale più marcata e, quando non ci si incarta in riletture sabbathiane troppo scolastiche (Sicarus), abbastanza fluida ed efficace da dare slancio alle soluzioni armoniche preferite di Corgan, che non torneranno a brillare ma si tolgono almeno un po’ di polvere di dosso. Il contraltare consueto a certe asprezze metallare sono le romanticherie un po’ kitsch di Pentagram e di Pentecost, l’una che integra felicemente sintetizzatori e chitarre acustiche e l’altra che alla voglie di prog sinfonico aggiunge l’auto-eco di Mellon Collie ma anche qualche sprazzo dei Cure di Disintegration.

Tirando un po’ le somme di questo album, di durata contenuta se paragonato all’opera precedente, anche con qualche lungaggine e autocitazione di troppo (Goeth the Fall), la rosa di canzoni appare la più coesa e apprezzabile tra quelle pubblicate negli ultimi anni dal gruppo. Nulla che faccia gridare al miracolo o alla rinascita, ma se non altro tiene a freno, per stavolta, i giudizi più severi. Per gli inguaribili ottimisti, potrebbe essere già un piccolo successo.

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