Recensioni

Billy Corgan lo aveva annunciato come l’album techno della formazione, e questo non tanto per lo stile quanto per le novità elettroniche che avrebbe introdotto a partire dal singolo lancio e dal suo noto videoclip. Dati di vendita alla mano, se ne pentirà ma, del resto, Adore, che all’epoca venne maldestramente spacciato anche come l’album acustico del gruppo, era chiamato a una sfida troppo grande. Che tipo di disco avrebbe mai potuto soddisfare le aspettative ingenerate da un album epocale come Mellon Collie and the Infinite Sadness, lavoro che solo negli Stati Uniti finirà per superare la bellezza delle 10 milioni di copie, certificandosi platino, e che già dal 1 giugno 1998, data di uscita di questo quarto disco degli Smashing Pumpkins, stava già ben oltre i 2 milioni?
Si diceva del lancio, Ava Adore, la band veniva catturata dall’occhio della telecamera nella sua nuova veste “gotica”: Corgan si è trasformato in un prete/Nosferatu, il suo migliore amico nonché batterista del gruppo, Jimmy Chamberlin, rimpiazzato da una drum machine e il riff del pezzo consegnato a uno wah wah sintetico, con la chitarra (ritmica) ad entrare in scena solo per il ritornello, quello sì 100% Pumpkins. Il videoclip, diretto da Dom & Nic, si distingue per la tecnica di ripresa continua, un long take accompagnato da alternanze di velocità che restituiscono una sensazione di straniamento e fluidità onirica, perfettamente coerente con il mood dell’album.
Adore è un disco a doppia velocità, proprio come le riprese del sopracitato clip, che alternano immagini veloci ad altre al ralenti. Corgan voleva suonasse “antico” e “futuristico”, ovvero acustico e elettronico. E così grossomodo è, senza contare che l’elettronica non rappresenta certo una novità assoluta per la band. Fin dagli esordi i Pumpkins avevano flirtato con sintetizzatori e atmosfere digitali, ma è grazie al successo inatteso di 1979, col suo beat meccanico e la produzione minimale, che Corgan capisce di poter espandere questa direzione con più consapevolezza.
È proprio sulla scorta del successo del singolo 1979, con i suoi effetti e drum machine, che il gruppo inizia a sperimentare in questo senso già al termine del tour di Mellon Collie. E non che il disco sia proprio senza batteristi dato che alla fine vi suonano Matt Walker (assoldato in sostituzione a Chamberlin già dalla fine del tour di Mellon Collie), Joey Waronker (nella formazione live di Beck) e Matt Cameron (Soundgarden e Pearl Jam); quest’ultimo inoltre presente nella preziosa For Martha, brano dedicato alla madre del frontman deceduta a dicembre del 1996. La traccia è tra le più intense del disco: oltre sette minuti costruiti su pianoforte, arrangiamenti orchestrali e un climax emotivo che esplode in un assolo finale di grande impatto, segno che la vena compositiva di Corgan non aveva perso smalto, ma anzi si era caricata di un nuovo tipo di urgenza, più intima.
Anche i singoli prodotti su commissione e pubblicati dalla band prima dell’uscita di Adore contenevano pronunciati elementi elettronici (Eye finita in Lost Highway di Lynch, The End Is the Beginning Is the End in Batman & Robin di Joel Schumacher), dunque nessuna novità sul fatto che la creatività di Corgan fosse orientata in questo senso. Ma se i brani fuori album funzionavano bene come esercizi di stile o pezzi da colonna sonora, il salto concettuale operato in Adore è molto più radicale: si tratta qui di costruire un intero universo emotivo, narrativo e sonoro attorno a una nuova estetica.
Travagliato e funestato da molteplici pressioni, Adore finisce per essere un affare del solo frontman, insoddisfatto sia dell’apporto alla composizione di Iha e Wretzky, sia del produttore inizialmente assoldato, Brad Wood. Non è affatto un brutto lavoro però, la critica lo accoglie piuttosto bene, meno la base più allargata dei fan dei Pumpkins che reclamano le amate chitarre, ma sentono anche la mancanza di singoli sui quali puntare un ascolto mirato. Dal disco, oltre al lead single Ava Adore, verrà estratta la sola Perfect, una 1979 minore e che per l’analogia pagherà l’ingiusto pegno. Eppure il brano non è privo di fascino: pop sintetico con una vena malinconica che ben rappresenta il sentimento generale del disco.
D’altro canto, parlare di un fallimento per Adore non sarebbe corretto. Tre milioni di copie complessive vendute in tutto il mondo da allora a oggi non sono poche, ma è vero che dopo la fiammata iniziale (entrata al 2° posto sulla Billboard chart) il disco sparisce in fretta dai radar, dando la netta sensazione al deus ex machina che qualcosa non fosse andato nella direzione sperata. Corgan, deluso, parlerà spesso di questo lavoro come di un’esperienza isolante, ma necessaria.
Riprova ne saranno i successivi Machina/The Machines of God e Machina II/The Friends & Enemies of Modern Music, che rappresenteranno un ritorno alle chitarre e con quest’ultimo a recuperare un brano delle sessioni di Adore con Rick Rubin alla produzione, Let Me Give the World to You (che vedrà la luce nella reissue del disco del 2014). Questo pezzo, originariamente previsto come singolo trainante del disco, venne scartato in quanto ritenuto “troppo accessibile”, a conferma della volontà di Corgan di creare un’opera più ombrosa, meno conciliante.
Adore, oltre che un capitolo spartiacque nella storia della band, è forse il lavoro con il quale tutti i nodi personali sia di Corgan che interni al gruppo vengono al pettine: per dirla con Stereogum, è arrivato il tempo del post-fame comedown album. Da una parte, c’è un matrimonio che cade in frantumi e la morte della madre, dall’altra c’è una band che non funziona più come tale e che anzi si è ridotta al suo solo deus ex machina. In più, se guardiamo al periodo storico, siamo alla fine di un decennio di forti ibridazioni elettroniche, trainate dalla rivoluzione prodotta dal rave e dalla club culture; e c’è un mondo composto anche di colleghi mainstream (neanche di primo pelo) che hanno fatto del superamento del rock la propria bandiera. U2, David Bowie, R.E.M da una parte, collaborazioni cruciali come quelle tra Noel Gallagher e Chemical Brothers dall’altra. Molti venti instillano in Corgan il bisogno di misurarsi con un nuova e più fresca dimensione, sia per stare al passo coi tempi sia per non venir velocemente dimenticato.
Ultima cosa, paradossalmente, se vogliamo, questo disco per il songwriter rappresenta un ritorno alle origini, ovvero al periodo pre-Chamberlin, quello prima dell’heavy sound. Ed è anche un disco che richiede di essere (ri)valutato dal punto di vista della profondità e delle sfumature dei suoi testi. Le liriche di Adore sono spesso dolenti, criptiche, intrise di lutto e redenzione. Corgan si mette a nudo, rinunciando agli eccessi barocchi per una scrittura più misurata, dove ogni parola pesa come una cicatrice.
Adore divideva allora e divide ancora oggi, eppure, con tutta probabilità, rimane un disco necessario per il suo autore quanto lo è per noi. L’ultimo grande disco di un progetto/band che si guarda indietro per proiettarsi avanti, verso futuri possibili. Un lavoro imperfetto ma sincero, figlio di un dolore personale e di un momento storico in bilico tra il tramonto del rock alternativo e l’alba dell’elettronica adulta. Un addio, ma anche un inizio.
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