Recensioni

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Beh, che Ben Chasny non si sia fatto mancare quasi nulla in carriera è una verità – da recuperate anche il ritorno con il duo indie folk New Bums, uscito lo scorso marzo – soprattutto per quanto riguarda il suo moniker più longevo, ovvero Six Organs Of Admittance: da sperimentalismi weird-folk e paesaggi surreali, passando per rarefazioni à la John Fahey in chiave lo-fi e il cantautorato più classico, e fino alla psichedelia rock à la Comets On Fire (altra sua band) e all’avant rock saturo e aleatorio.

A pensarci – ma in realtà nessuno lo avrebbe mai pensato – tra i suoi album mancava un’ode al chitarrismo più “sbruffone” e “pop” – virgolette d’obbligo – quello che sardonicamente lo stesso Chesny dichiara figlio di Steve Stevens – sì, proprio il chitarrista del Top Gun Anthem scritto da Harold Faltermeyer per l’iconico film dell’86 con Tom Cruise e Kelly McGillis. Per il Nostro ovviamente ogni idea è debito, prima di tutto verso se stesso, ma anche qualcosa di diverso da ciò che ci si potrebbe aspettare sulla carta. Così coglie l’occasione per dare sfogo a questa particolare pulsione con il nuovo The Veiled Sea, pubblicato come parte della serie per il ventesimo anniversario della Three Lobed records.

Dopo un intro-collage à la Nurse With Wound (Local Clocks), partono subito soffusi tappeti di elettronica cosmica e sospensioni kraute su cui il Nostro va di sei corde per otto e passa minuti (Somewhere in the Hexagon of Saturn). Un concetto di per sé interessante per quanto leggermente prolisso. Ma subito dopo incalza piegando le corrosioni di Hexadic in favore di un baccanale synth pop pestone che macina punk mutante, mentre nel mezzo sbuca una voce vocoderizzata come una pausa tra gli assoli infernali (All That They Left You); e poi, invece, alleggerisce il tutto con un droning luminoso e algido, rifinito di suggestivi quanto poetici tocchi di pianoforte (Old Dawn).

Il giusto legame con il vibrante minimalismo estatico della successiva Last Station, Veiled Sea, su cui il buon Chesny, tra brevi strofe à la Sigur Rós in bassa fedeltà, riparte a scartavetrare metallismi forsennati con un climax no wave. E, visto che c’era, aggiunge alla lista delle cose fatte anche una caotica versione affatto male di J’ai Mal Aux Dents dei Faust, tra tribaleggianti pattern di drum-machine, voci sparecchiate e soli di tutto quello che gli passa tra le mani.

Un lavoro volutamente eccessivo, anche nei contrasti, nonché laterale e out – e fa anche un certo effetto dirlo riguardo a Chasny – che al netto di qualche svisata di troppo risulta comunque interessante e divertente; in qualche frangente persino toccante.

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