Recensioni

Se l’hype che c’è stato lo scorso anno intorno al menestrello texano Devendra Banhart e i suoi compagni di merende potrà essere sembrato eccessivo a qualcuno, d’altra parte ha favorito un rinnovato interesse discografico per il nuovo folk americano, che non si vedeva dai tempi di Oldham, Molina & Co. L’invasione degli ultracorpi new-folk è appena iniziata e per certi versi riporta alla mente un certo (falso) movimento britannico di un paio d’anni or sono. Il parallelo, per quanto forzato, ha senso nella misura in cui la riproposizione di certi materiali sonori può diventare innocuo scimmiottamento piuttosto che autentica rilettura/personalizzazione, e assumere la stessa finzione scenica dei drake-ismi in vitro del famigerato new acoustic movement. In realtà non solo di “nuovo” e/o “americano” parliamo, quella di Vashti Bunyan ha tutta l’aria di essere l’anticipazione di una massiccia campagna di ristampe. Ma se in conseguenza di ciò, artisti quasi del tutto ignorati sinora, come Ben Chasny, si ritrovano, dopo anni di attività sotterranea, di punto in bianco ad incidere un album per una quasi-major come la Drag City, sicuramente c’è da esserne rallegrati & risollevati… e al diavolo l’hype!
Che Ben Chasny sia un tipo fuori dal comune lo si capisce subito dall’altisonante-mistico moniker che si porta dietro, Six Organs Of Admittance, roba da far tremare i pilastri dei Teatri della Musica Eterna e oscurare gli Arcobaleni in un’Aria Curva. L’attività cui si faceva riferimento poc’anzi, inzia nel 1998 con la pubblicazione per la Pavilion, personale microetichetta, di un album omonimo interamente registrato in casa su un quattro piste, cui farà seguito una ricca serie di singoli, Lp, Ep, Cd in edizioni limitate, autoprodotti o licenziati per piccole label come la Holy Mountain (che ha anche ristampato l’esordio). Dal 2003 membro stabile dei Comets On Fire, Chasny realizza con School Of The Flower il suo primo album solista inciso in uno studio vero e proprio, summa del percorso artistico compiuto finora e allo stesso tempo punto di (ri)partenza, dato che presumibilmente molti ascoltatori si avvicineranno a lui proprio con questo lavoro, più visibile e facilmente recuperabile dei precedenti. Personaggio tutto da scoprire, il californiano prende subito le distanze dalla scena folk, non solo attuale (“But folk music? Never heard it, never played it. Fuck folk! Love music!”, dalle note stampa), dichiarandosi piuttosto vicino all’indie dei primi anni ’90 e citando tra i suoi ispiratori Ghost, Dead C, Sunn O))), Sun City Girls, Keiji Haino e il japanoise della PSF Records. Al di là di ogni snobismo, provocazione o più probabilmente voglia di non essere inscatolato ed etichettato, Chasny parte da presupposti ben diversi da quelli di molti folkster attuali, saltando (quasi) a piè pari qualsiasi tradizione per ricongiungersi al sentiero tracciato da sparuti e isolati sperimentatori, come lo scozzese Richard Youngs, che nel corso degli anni ’90 ha mosso i primi passi dal rumore e dalla musica seriale per poi inglobare l’elemento folk, o più propriamente acustico. D’altra parte, ascoltando le otto tracce di School Of The Flower, è evidente quanto lo stile chitarristico del californiano sia debitore del fingerpicking di John Fahey, dei raga intrisi di misticismo di Robbie Basho, delle progressioni orientaleggianti di Sandy Bull. Per non parlare dei forti legami, espressi da amicizie e collaborazioni, con taluni rappresentanti del nuovo wyrd-folk o avant-folk americano come Hush Arbors, Joshua (Burkett), Fursaxa…
L’apertura è al fulmicotone con l’unico musicista che collabora al disco, Chris Corsano dei Sunburned Hand Of The Man, alle prese con un assolo free di batteria (Eight Cognition) che si dissolve nel celestiale canto in falsetto di Chasny, inseguito da una chitarra acustica (All You’ve Left). I fahey-ismi rurali e il mood rilassato di Words For Two preludono all’enigmatica Saint Cloud, il cui mormorio sciamanico scompare lentamente in una nebbia di feedback dal sapore raga. La strumentale Procession Of Cherry Blossom Spirits, visione di boschi che nella calura pomeridiana si animano di folletti inquieti, e Home si servono del medesimo schema compositivo: reiterazioni post della sei corde, talvolta un tappeto d’organo, increspate da bordate di feedback e punteggiate da timide percussioni, su cui la voce tratteggia melodie fragili e sospese quanto minimali. Quando parte la title track sai già cosa aspettarti e le attese non vengono smentite ma prima che sopraggiunga la noia ci pensano il drumming jazzato di Corsano e un improbabile assolo distorto di elettrica a vivacizzare la situazione. Thicker Than A Smokey dimostra che il californiano dà il meglio di sé nelle ballate in punta di dita dal sottile aroma psych, piuttosto che nelle divagazioni free-form, anche se il brano in questione è una cover di Gary Higgins, oscuro folkster ’70 finito in prigione per possesso di marijuana poco dopo aver stampato privatamente Red Hash, l’album da cui è tratto il pezzo. [Tra l’altro pare che la Drag City abbia fatto non pochi sforzi per contattare il bardo e proporgli di ristampare il disco!]. Lisbon è un breve affresco strumentale e il congedo da un lavoro che sa affascinare, facendo leva sul desiderio di mistero ed esotismo radicato in ognuno di noi, che certe sonorità inusitate o distanti nel tempo, se non atemporali, riescono facilmente a evocare. Certamente l’emancipazione dalle iperabusate reiterazioni minimaliste e una maggiore varietà avrebbero giovato non poco alla musica di Chasny, che rischia di rimanere irretita in un modello compositivo fisso e risultare alla lunga ripetitiva.
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