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A rivelare in modo sottile l’intima essenza di The Sun Awakens è, al di là d’ogni altra chiave di lettura, il suo modo di porsi, la sua struttura se preferite, che ragiona su quell’epoca in cui il vinile era al potere e i dischi si meditavano a lungo, dato che farli costava fatica. In luogo della deleteria approssimazione che appesantisce l’ondata “new weird folk” statunitense (per tacer di quella scandinava…), qui ci si affida invece – e con quali frutti – alla sapiente produzione dell’ex Nation Of Ulysses Tim Green, curando gli intrecci di sei corde (la luminosità Love sposata a Morricone di The Desert Is A Circe un esempio mirabile) e la stratificazione di sonorità che, pur nella costante economia di mezzi (elettronica vintage o strumentazione mediorientale fa lo stesso), evocano uno spazio senza tempo e viceversa, esteso dai ’60 californiani attraverso quattro decadi al qui e ora, dove aleggia palpabilissimo quel simulacro di John Fahey che si fa metafisica carne blues per Wolves’ Pup.

Ancora: la scelta di scindere nettamente in due il disco, in una prima parte di sei composizioni di media durata e una seconda invece consacrata in toto a un caliginoso, febbricitante e mesmerico espandersi di galassie da primi Tangerine Dream sperduti nella Death Valley, tradisce una consapevolezza lontana da pittoreschi orpelli oleografici, che preferisce guardarsi indietro e reinventarsi così un eterno presente, una dimensione vitale e pulsante attorno a tre quarti d’ora di scintillante visionarietà. Circondato da un pugno di fidati sodali, il titolare unico Ben Chasny attinge dal profondo del proprio bagaglio d’incanti e magnetismi, mescolando eterogenee e policrome suggestioni folk con una psichedelia dapprima intesa come stato della mente, poi liberata dall’interno di flash acidi e ipnosi percussive. Ne scaturisce un affresco curato e compiuto in ogni episodio, che sia la serena dolcezza in punta di plettro dell’iniziale Torn By Wolves o lo sguardo sicuro di Bless Your Blood, il canto corale teso come un ponte tra Oriente e Germania del commiato River Of Transfiguration o le impennate di Attar (che rimarca una volta di più la distanza da qualsiasi revivalismo senza causa col suo sporgersi su territori rumoristi) e di una fiammeggiante e mercuriale Black Wall.

C’è voluto tempo, e una riflessione sul senso e le finalità del disco come oggetto artistico nell’era ipercinetica del download e della musica come accessorio, affinché una delle scene più enfatizzate degli ultimi anni partorisse qualcosa di memorabile. La risposta giace(va) nel valore indistruttibile di una musica da penetrare a occhi spalancati, trascendendo l’estemporaneità delle troppe fotografie di un momento, ascoltate e in fretta riposte a prender polvere, di questi frenetici giorni.

Il presentimento, che si radica forte col susseguirsi degli ascolti, è che da qui a un decennio The Sun Awakens nonsarà invecchiato di un solo minuto. Scommettiamo?

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