Recensioni

7.5

C’era una volta. C’era una volta una band di giovani musicisti usciti dalle brume delle pianure scozzesi con le stimmate degli outsider. Un gruppo di new waver disposti a farsi prendere per mano e guidare dalla musa della musica senza compromessi. Tutt’altro che banali fin dall’esordio, dalla personalità spiccata, quella che non è alla ricerca del facile consenso. Alacri. Nel giro di due anni e mezzo scarsi approntano cinque album.

Se Life In A Day (aprile 1979, dalla copertina suggestiva) shakera glam a là Sparks, elettronica-sardonica del primo Eno, quello di fresco abbandono dei Roxy Music, e la New Wave del momento, Real To Real Cacophony aumenta gli ottani del carburante elettronico (la copertina monocromatica un manifesto contro le “distrazioni” oltre la musica); mentre Empires And Dance (altra copertina risonante) setta finemente l’elettronica sposandola a ritmiche ossessive e innestando vaghe suggestioni etniche (sullo sfondo il suono dei Japan che stanno facendo cose egregie).

I cinque ragazzi dal suono più lontano che ci si aspetta da una band scozzese sono inarrestabili. Passano dall’Arista (su licenza della Zoom Records) spilorcia nell’investire in promozione, alla rampante Virgin che mette a mordere loro i garretti niente meno che Steve Hillage. I “glasgowiani” però sono tosti e non si fanno impressionare: descriveranno il chitarrista un “inesperto sulla sedia del produttore”. Ma nonostante “le sessioni sono diventate caotiche” – proseguono impietosi – il suono della band diventa più trasparente, chiare le trame, l’uso delle tastiere – ricondotte a un metodo più ortodosso, mai più mekanik-kraut – assume più consistenza, e tutto questo apre – consapevolmente o no, frutto del caso oppure di una ingenuità scardinata – tutto questo indica la strada (20th Century Promise Land tratta da Sister Feelings Call un esempio di quello che sarebbe venuto a breve) per il riconoscimento internazionale che si trova a un passo. Sono anche le ultime registrazioni per il batterista Brian McGee (ma onore a lui: perché in quel ruolo non sono tanti a resistere per cinque album).

Sons And Fascination/Sister Feelings Call esce in unica confezione nel settembre 1981, ma un mese dopo è una coppia venduta separatamente. Con effetto Big-Bang contrario, ogni componente della band e del suono coagulano fino a integrare alla perfezione l’anno seguente, puntuali come sempre – a settembre – i Simple Minds consegnano New Gold Dream 81-82-83-84. “Nella Virgin avevamo una etichetta davvero entusiasta. Mentre non ci infastidivano, intelligentemente non ci infastidivano, potevano vedere una band che era sempre al lavoro, in movimento nella giusta direzione. Così, invece di avere un piano stabilito a tavolino, le cose evolvevano più naturalmente”. Alla produzione c’è Peter Walsh che aveva lavorato con Heaven 17 (il best seller Penthouse And Pavement), China Crisis, e l’anno seguente con Peter Gabriel (per il doppio album Plays Live) col quale i Simple Minds avevano condiviso il palco anche al Parco delle Cascine di Firenze il 28 settembre 1980, buscandosi fischi come piovesse e lancio di oggettistica più o meno preziosa (il più, meno) nonostante l’ex Genesis per la prima volta in Italia da solista si fosse speso per presentare personalmente la band scozzese (io c’ero: già bravi i Minds; i nostri compaesani la “solita” scipitezza mentale: che si tratti di politica, calcio, usi & costumi, chi non è con noi è contro di noi, e nemmeno la musica si salva).

New Gold Dream 81-82-83-84 è il disco meglio riuscito fino a quel punto, sia artisticamente che commercialmente. La copertina – sì, insisto: il senso di Smilla per la neve vale il senso di Soncini per le copertine – una delle più suggestive del decennio; per colori, lettering, allegoria. In patria l’album arriva al n° 3 delle classifiche, in Usa al n° 69, ma quel che conta, essendo opera di indiscusso valore, col tempo non smette di vendere e guadagna dischi d’oro e di platino negli angoli più disparati del mondo (e non sarebbe il caso, a questo punto, di parlare di Mp3/Mp4 d’oro e di platino?). Da New Gold Dream 81-82-83-84 vengono estratti tre singoli, due dei quali, Promised You A Miracle e Glittering Prize sono quelli che meglio sprintano in classifica raggiungendo rispettivamente il n° 13 e il n° 16 (i precedenti nove 7” non erano entrati nella Top 40).

Il quinto disco potrebbe essere il punto di arrivo ma si dimostra un trampolino di lancio. Per approntarlo questa volta i Simple Minds si prendono qualche mese di più del solito anno, un salto davvero lungo che, spostandone la traiettoria, li fa atterrare lontano. Con effetto che fa loro perdere i fedelissimi della prima ora ma guadagnare schiere di nuovi adepti. Sparkle In The Rain è pubblicato nel febbraio del 1984 ed è un lavoro che si distacca nettamente, per tipo di materiale, per il suono, dal precedente. Un atto di coraggio, dato che la cosa più semplice, quella che fa la maggioranza dei musicisti (senza attributi) è quella di continuare sulla strada più sicura finché dura? Oppure l’esatto contrario, poiché da qui in avanti per i Simple Minds si comincerà a parlare di stadium rock, cioè della ricerca – e relativa conquista – dell’ultima base: arene, superdome, festival?

In sala di comando si è avvicendato Steve Lillywhite – nel 1983 aveva prodotto War degli U2 e The Crossing dei Big Country, due successi – che rifà il trucco alla band: via ogni tensione new wave, bando a debolezze decadenti, basta eccessi tastieristico-kraut-prog in favore di un pianoforte più ritmico che lirico. Chitarre che guadagnano spazio, piuttosto, Jim Kerr meno enfatico e più sudaticcio. Ma soprattutto Lillywhite mette Mel Gaynor al centro del suono. E lo libera: facendone un batterista con più grip, esplicitamente rock, dal drumming deflagrante rispetto alla gutturale scansione ritmica, new waver, mantenuta (come session man) su New Gold Dream. La band ne acquista in grinta, kick (alive and kicking), ma perde in personalità: l’umbratile alone “artsy” che la circondava come un fascinoso drappo di broccato è evaporato.

L’accoppiata (Lillywhite + band da sparare in vetta alle classifiche) funziona anche questa volta. Due dei tre singoli estratti entrano nella Top 20, ma è l’album a diventare il più venduto della band, arrivando al n° 1 in patria, in Nuova Zelanda, al n° 69 in Usa (che non basta a proiettarli nel gotha del rock secondo i giganteschi parametri numerici soprattutto e di giudizio di zio Sam) e nella Top 20 di mezza Europa. Solo Once Upon A Time nel 1985 riuscirà a fare di meglio: una fuga in avanti che non sarebbe stata possibile senza la tappa intermedia, autentico dono piovuto dal cielo, di Don’t You (Forget About Me). Singolo composto dal chitarrista Steve Schiff e dal produttore Keith Forsey (ex percussionista di Amon Düül II poi diventato il batterista di Giorgio Moroder, e in seguito produttore tra gli altri di Billy Idol e vincitore di un Oscar per la colonna sonora di Flashdance) registrato con riluttanza, anzi rifiutato più volte, pare che Jim Kerr si sia convinto – vuole una vulgata alquanto improbabile – su insistenza dell’allora moglie Chrissie Hynde leader dei Pretenders.

La canzone, registrata in una sessione di tre ore, è il caso della Fortuna che non riconosci, anzi respingi più volte, ma questa come un stalker insiste fino ad averla vinta (Forsey dovette insistere a lungo per avere il consenso della band). Inserita sui titoli del film Breakfast Club – diventata una delle pellicole che ha contraddistinto gli anni ’80 al cinema – e sull’album della colonna sonora, il brano guadagna ai Simple Minds il primo e unico n° 1 in Usa e Canada: una mazzata da record all’Hau-den-Lukas, quel gioco da luna park americano (e Oktoberfest) che con un colpo bene assestato spara in verticale un carrello per colpire la campana in cima alla torre. Don’t You (Forget About Me) la campana la fa risuonare su tutti gli States, ma non è ancora abbastanza. Quattro-minuti-e-venti-secondi di acque che si aprono tra UK e USA sono troppo pochi per permettere a Jim Kerr e compagni di poggiare piede trionfalmente sulla Terra Promessa del Rock.

C’era una volta una band scozzese. Che perde un altro pezzo importante, il bassista Derek Forbes, musicista di talento e personalità (per i Simple Minds l’incipit di Waterfront rappresenta quello di One Of These Days per i Pink Floyd). Charlie Burchill ha dichiarato che quando “Brian (il primo batterista) se ne andò non fu così grave come quando lasciò Derek. Lui se ne usciva con grandi trame di basso e aveva un sacco di ammiratori. Così l’equilibrio e la chimica musicale cambiarono. Di solito scrivevamo una canzone partendo dalla linea di basso. Per questo album (Once Upon A Time) non cominciavamo con il basso ma facevamo il contrario, (…) era un nuovo modo di fare le cose, un’altra scommessa”.

Forbes viene rimpiazzato con un altro scozzese, John Giblin, session man pluridecorato ambito dalla creme del rock e non solo, da Kate Bush a Peter Gabriel, dai Brand X a Phil Collins, da John Martyn a Paul McCartney: ma oramai le radici della band sono una questione di lana caprina, anzi l’intenzione dei Minds è dare a quei cromosomi celtici una bella passata di bianco, rosso e azzurro, contornato da stellette. Nonostante la Virgin fosse ben disposta a usare Keith Forsey (l’autore di Don’t You) come produttore, la massima aspirazione della band era lavorare con Bob Clearmountain e Jimmy Iovine. Le orecchie e la capacità di microfonare del primo avevano stregato Rolling Stones, Bob Marley, Billy Cobham, Gato Barbieri, Roxy Music, Chic, Ian Hunter, Bruce Springsteen, Bryan Adams, Church, Garland Jeffreys, Clash, Huey Lewis And The News, David Bowie, Hall & Oates, King Crimson, Asia… e si potrebbe citare ancora nomi fino a Natale. Il produttore italo-americano, invece, si era fatto le ossa partendo dal punto più basso dello studio di registrazione – lavorando con gente come John Lennon, Bruce Springsteen (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, The River), Patti Smith (Easter), Dire Straits (Making Movies), U2 (Under A Blood Red Sky) – fino a diventare un produttore di prima fascia. Alla prima di The Breakfast Club a Los Angeles, la sorte (sempre dalla parte dei Minds) vuole che Jim Kerr si trovi proprio in presenza di Jimmy Iovine, e da quel momento tutto diviene più facile. Relativamente facile. Riluttante per il fatto che il più grande successo della band non era stato scritto da loro, e senza nuove canzoni nel paniere, il produttore accettò di dare una chance ai Simple Minds solo dopo che questi avessero prodotto dieci nuovi demo. In due mesi.

I Minds ritirano dunque a lavorare a Barwell Court, Esher, nel Surrey – una villa abitata e gestita proprio da John Giblin e dalla moglie –, luogo dai trascorsi piuttosto beneauguranti, dato che nel 1973 i Genesis vi posero le basi per Selling England By The Pound. “Eravamo molto interessati alla produzione e al suono – ha ricordato il chitarrista Charlie Burchill –, posso dire che Jimmy era un tipo di produttore raro, molto attento alla canzone. Ci venne a trovare per sentire a che punto eravamo e ci disse di farci sentire quando il materiale sarebbe stato più sviluppato. Jimmy ha senso musicale (…), è acuto, e quando inserisce qualcosa è proprio indovinato”. I Simple Minds fecero comunque in modo di fare salire a bordo anche Bob Clearmountain: “C’erano dischi che venivano dall’America che ci facevano impazzire – ha confessato Jim Kerr –, il loro suono, e in gran parte c’era di mezzo Bob Clearmountain”. Let’s Dance di David Bowie era uno di questi. “Ma quando Jim ha incontrato Jimmy – ha chiarito Charlie Burchill –, penso sia stato questo a suggellare l’idea di lavorare in America, che non sarebbe stato male per aiutarci a capire e sviluppare il mercato. Sapevamo che dovevamo avere la radio dalla nostra parte e quindi, in modo subliminale, questi pensieri hanno influenzato la scrittura e la registrazione”.

I primi pezzi registrati ai Townhouse di Londra sono stati Once Upon A Time, Ghost Dancing, Alive And Kicking, Oh Jungleland, Come A long Way e I Wish You Were Here. Quest’ultima e All The Things She Said erano state recuperate dai cassetti, registrazioni demo fatte agli studi Old Chappel nel gennaio del 1983 che non trovarono posto su Sparkle In The Rain. I restanti brani sarebbero stati registrati ai Bearsville di New York insieme a Bob Clearmountain, e il mix finale eseguito ai Right Track (della stessa città) dove il padrone di casa era Jimmy Iovine.

Jim Kerr rimandò la stesura dei testi fino al completamento della registrazione delle tracce sonore, isolandosi in Francia, a Nizza, dove portò a termine il suo lavoro in due settimane. Dopo la nascita della figlia, ha raccontato il cantante, si sentiva più attento a ciò che si muoveva intorno – “cosa accadrà se questa legge cambia, o se quella viene approvata?” – poiché responsabile per qualcun altro. D’altro canto Jimmy Iovine, noto per mettere pressione e fare lavorare senza sosta le band ai suoi ordini, secondo Kerr “ha giocato a fare il più scemo dei scemi. Io scrivevo qualcosa che per me era chiaro come il sole e lui diceva: ‘cosa significa? Non voglio pensare suoi tuoi dischi’. Ha fatto quello che volevo che qualcuno facesse. Mi ha tolto lo pseudonimo”. Insomma Kerr aveva azzerato ogni contenuto lirico, il senso di incertezza e meraviglia che si nasconde tra le parole dei testi – canzoni o poesie che siano – meno espliciti, i più misteriosi e affascinanti sui quali evidentemente gli americani (che conosce Iovine) non amano “perdere” tempo. “Metà delle canzoni sono canzoni d’amore. Le altre hanno qualcosa del ribelle. Non le analizzo mai”, ha detto Kerr.

Mentre non erano rientrati nelle convocazioni per lo squadrone di Band Aid in occasione della registrazione di Do The Know It’s Christmas?, questa volta i selezionatori del rock Bob Geldof e Midge Ure non poterono esimersi – causa la prepotente marcia trionfale di Don’t You (Forget About Me) – di portarli sul palco del Live Aid al JFK Stadium di Philadelphia. Alla fine dell’esibizione i Minds girarono i tacchi e tornarono di corsa a Woodstock (ai Bearsville Studios) per continuare a registrare Once Upon A Time.

Iovine è stato strategico per forgiare il suono del disco. Charlie Burchill ha raccontato che gli faceva ascoltare un sacco di musica e parlava di un certo tipo di canzone che avrebbero dovuto scrivere. “Una canzone come Alive And Kicking è fatta su misura per il consumo di massa”, ha aggiunto il chitarrista. L’epigrafe scolpita in memoria di Once Upon A Time da qualche parte ai Right Track, martello e scalpello maneggiati dallo stesso Iovine – parole sue – recita così: “Volevamo essere alla radio. Non fu un compromesso, volevamo esserci”.

In un momento di stallo per quanto riguardava i backing vocals, Iovine che non amava le pallide imitazioni ma da buon (italo) americano pensava in grande, un giorno portò in studio una copia di Young Americans di David Bowie. “Immaginate se potessimo avere questa vocalist come ha fatto Bowie”. Quando incredulo Jim Kerr domandò se era possibile il produttore rispose “certo!, abita proprio dietro l’angolo”. Una telefonata e Robin Clark era in studio a fare la sua parte su Alive And Kicking, All The Things She Said, Once Upon A Time. Al quale si sono aggiunti i Simm Brothers e Michael Been dei Call, che insieme a Jim Kerr il giorno dopo avrebbe fatto i cori su In Your Eyes (So) di Peter Gabriel. C’era una volta in America, il paese delle favole.

Il primo singolo ad anticipare l’album di un mese fu Alive And Kicking. Per il brano di punta dell’album “Jimmy ha aiutato molto” – ha dichiarato Charlie Burchill –, “ha pensato che avessimo bisogno di qualche colpo di scena”. Jim Kerr: “In pratica la canzone dice che le convinzioni che avevo da ragazzo ora sono tornate a galla, e sono ancora molto vive, e non sono state eliminate da me o svuotate completamente come pensavo. Sto dicendo ‘aggrappati ai tuoi sogni perché penso che i sogni sono importanti”. Una sana infusione di positività d’America, la Terra Promessa del rock (Waterfront, grido di dolore per il futuro incerto della classe operaia di Glasgow un ricordo lontano).

Sorta di sequel di Don’t You Forget (About Me), il singolo si piazzò nei posti alti delle classifiche di quasi ogni angolo del globo, toccando il n° 6 in patria (il n° 1 in Italia: era immancabile anche in discoteca), ma non oltrepassando negli USA l’ultimo gradino del podio. Poco male. Ci pensò Once Upon A Time a ruggire prepotentemente. Pubblicato il 21 ottobre 1985 – la copertina di una bruttezza disarmante: altro motivo di rottura con un passato di immagini ricercate che sembra più lontano di quanto è – vendette due milioni di copie in due mesi, assestandosi in vetta in UK e entrando nella Top 10 di Billboard. I tre singoli seguenti altrettanto dorati in patria: Sanctify Yourself e All The Things She Said nella Top Ten, Ghost Dancing (i cui proventi furono devoluti ad Amnesty International) fuori di un pelo al 13° posto.

Seguì un imperiale tour di 15 mesi con la formazione allargata a Robin Clark e alla polistrumentista Sue Hadjopoulos (che all’interno della copertina gatefold di Night And Day di Joe Jackson si nota arroccata dietro le sue percussioni), sotto il segno di una sorta di gemellaggio con Amnesty International di cui sul palco veniva esposto il logo. C’era una volta una band interessata ai diritti umani. Eco che ritorna in All The Things She Said, ispirata liricalmente al movimento di solidarietà che si era creato intorno ai lavoratori dimostranti del settore nautico imprigionati in Polonia, suggerita da una intervista alla moglie di Lech Walesa (leader incarcerato di Solidarność) letta da Kerr su un magazine americano: “Ho iniziato a pensare come sarebbe stato per me se per qualche ragione fossi stato portato via da qualche parte, non potessi vedere mia figlia”. E chissà se ha fatto pensare Jimmy Iovine. Così come Ghost Dancing non è tutto inno alla gioia e frivolezza: “una eco di I Travel di cinque anni prima – ha detto Kerr –, descrivo la violenza del mondo, la distruzione, il dominio del male”.

Anche Oh Jungleland fa riferimento ai trascorsi del cantante: “Nasce dai miei ricordi di Glasgow. Se c’è una giungla d’asfalto sulla Terra deve essere Glasgow”, (…) c’era gente creativa che si riuniva per mettere in scena le cose più bizzarre. Su di me ha avuto grande influenza, un paradiso salvifico, un certo tipo di paradiso creativo a conoscenza di poche persone, ma non era una coincidenza che fosse a Glasgow”. Anche se Burchill ammette che “col senno di poi forse stavamo pensando all’America. (…) Ha tutte le caratteristiche della energica canzone à la Springsteen radiofonica”. Neppure col titolo, i Minds, hanno pensato bene di allontanarsi dalla possibile allusione (Jungleland è il brano che chiude Born To Run).

Inutilizzata dalla session di Sparkle In The Rain, inizialmente intitolata Reggae, poi Footsteps, I Wish You Were Here “è una sorta di pianto per un amico che non c’è più”. Come A Long Way nasce invece alle sessioni di Barwell Court “ma fu sviluppata in studio in America”, ricorda Burchill, “soprattutto la coda dove i Simms Brothers fanno i backing vocals, e la pausa con il re-intro della chitarra”; una sorta di nebbioso mix tra autocompiacimento di gruppo (abbiamo fatto molta strada, ammette il titolo) e le personali osservazioni, indisciplinatamente (secondo il “metodo” Iovine) volatili, scarsamente decifrabili, così poco americane, tratte dai taccuini di Jim Kerr redatti a Nizza.

Con sette canzoni pronte, per chiudere l’album mancava quella che sarebbe diventata Sanctify Yourself. Noto per mettere i suoi assistiti sulla graticola, Iovine obbligò Charlie Burchill e Michael MacNeil in una stanza imponendogli di venirne fuori solo dopo avere trovato il bandolo della matassa, e lo stesso fece con Kerr ficcandolo in un altro cubicolo. Il settimo brano i Simple Minds e Jimmy Iovine non riposarono ma si spesero per forgiare la tessera mancante. La missione era compiuta. Otto brani per Once Upon A Time, nessun cervellotico strumentale, zero cedimenti, un disco che fila come un ciclista su pista ai giochi olimpionici, sensazionale dal punto di vista della label: ogni brano una potenziale hit.

Se Alive And Kicking è una nuova versione di Don’t You (About Me), la stessa cosa si può dire di, o se preferite la stessa formula si può applicare a – accorgimento più inversione meno – Once Upon A Time, All The Things She Said, Ghost Dancing, Sanctify Yourself. Labili varianti sul tema sono I Wish You Were Here in scia U2 di October e War, e lo springsteen’n’roll di Oh Jungleland. Con tutti i “la la la”s, e “pa pa pa”s da stadium sing-a-long, i backing vocals di Robin Clark a dare quell’imprescindibile e pare inevitabile tocco black & white che l’America sonora adora – perfino i Pink Floyd da un certo punto in avanti hanno pensato bene di rottamare navi spaziali e strumenti per regolare il cuore del Sole per fare posto sul palco a coristi/coriste, il che è tutto dire –, con il suono scintillante (oltre misura) della Yamaha CP70 – la tastiera abusata per ammissione dello stesso Michael MacNeil che inchioda il suono globale del disco a quegli anni, privo di vie di fuga strumentali che avevano caratterizzato i personali e coraggiosi prototipi degli inizi, dall’andamento generalmente marziale, quello di un esercito pacifico da “voglio vivere col sole in fronte / e felice canto beatamente”, quasi monolitico, così tanto bene costruito in laboratorio/studio da sembrare sincero, Once Upon A Time rappresenta l’apice della popolarità dei Simple Minds. La conquista dell’America, il massimo traguardo cui tendono tutti i rocker (che hanno perso il senso della loro arte).

Difficile da amare, anche più improbabile odiarlo, un piacere ascoltarlo anche a ripetizione. Ma le cose che ti macchiano la pelle più di qualunque ridicolo tatuaggio fino a scendere nelle vene hanno altra conformazione, nascono da incroci tra creature di natura altera o in altra fase: aliena, tormentata, incompresa, rivoluzionaria, dirompente, semplicemente in stato di grazia. Tante altre, troppe da elencare, che però non partono mai dall’idea di conquista di un mercato o di un terra: quella è roba da lupi di Wall Street o da grandi condottieri militari. Gli artisti bruciano di altro, metafisico, furore. A ben vedere l’annus mirabilis dei Simple Minds, il 1985, si sublima in Don’t You (Forget About Me) e Alive And Kicking, quel tipo di brani che diventano – per i motivi più disparati – la colonna sonora di una stagione, indimenticabili per chi c’era e ancora c’è. (Io c’ero). Gli altri pezzi che completano Once Upon A Time – ripeto a scanso di equivoci, assolutamente apprezzabili – sono il prodotto di un gioco che l’industria discografica affrontava con regole diverse da quelle di oggi (servivano per avere un album, di questo tipo). Se New Gold Dream 81-82-83-84 è un sistema composto da una o più stelle e relativi pianeti, Once Upon A Time è fatto di un pianeta attorno al quale ruotano dei satelliti. Il primo è un disco di indiscusso valore, l’altro di indiscusso successo.

C’erano una volta i Simple Minds: una favola moderna. Agli esordi una cenerentola schiva e snobbata, poi il gran ballo del Live Aid e dal 1985 il cambio di gender: principi della classifiche. E da quel giorno, per lunghi anni – band, produttori, label, fan – vissero tutti felici e contenti.

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