Recensioni

5

Dovevo avere sui 19 o giù di lì. Il loro, capitale, Empire And Dance riusciva a srotolare la colonna sonora di un funambolico trash trip nell’allora Yugoslavia appena appena orfana di Tito, abbacinata di blu, bianco e verde per landscapes irrorati di luce. Ciononostante il dark genotipico del soundscape di quel vinile su cassetta riprodotto alla bell’emmeglio da un tape rubato agli zingari di Bosnia, splendeva insaturo! Che tempi…

25 anni dopo ho ancora tutti i capelli, canuto ma meglio di Jim Kerr, che bene non stava neppure con la cresta viola di un memorabile concerto al palasport di Bologna. Correva il 1982. Altri tempi, bei tempi pessimi… Duran Duran, New Order, Echo & The Bunnymen, Depeche Mode, Cure…. Bah… io non li ho mai sopportati un granché…diciamo un disco ciascheduno che stamani mi son svegliato benino.

Cercavano di rimettersi in pista ‘sti epigoni del revival proliferante, cavalcando il successo videomusichino del recente Home, singolo che li ha riproiettati al tronco delle classifiche radiolinanti. Dispiace però che si tratti di materia fuori tempo massimo, patinata retrospettiva amalgamata col miele di Bowie e Ferry, scianteosi riferimenti del cosmo kerriano. Dell’electro-wave di cui al capitolo New Gold Dream (1982) ovviamente men che nulla: riffs sul trito e dozzinalmente cucinati col background automatico di ritmiche a scaletta, metronomiche, illecitamente dotate di Fm powering alla Bono peggio maniera. Sarà l’adozione siciliana, l’età che avanza, la liceità di cambiar vita dopo i 40, tutto quello che vuoi, ma la ballata iniziale risente di atrofie elefantiache, nonostante il ficcante tamburellare, Taormina.Me. cuce stratificazioni pseudotribali (avete mai preso una Freccia del Sud?…), il remake di The Jeweller è un fiasco mentre l’elettronica tagliente ed intelligente dei tempi aurei è una saudade che neppure il miglior brano in scaletta, Underneath The Ice, restituisce a riverberare. La band scozzese ha segnato generazioni musicali albioniche, Charlie Burchill ha inseminato miriadi di chitarre liriche e drammatiche (Bloc Party, Muse, Manic Street Preachers, Stereophonics, Moby…) ma questo stantio “a volte ritornano” ce li riconsegna piuttosto spompati, insipidi, superfetati, codardi… Ad onor del vero, come postilla di una recensione poco ispirata, salviamo Dolphins, campionatura di suoni collettivi, alla Tears For Fears, e Different Worlds generato in crescendo. Desperatly seeking self inner…

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