Recensioni

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Una carriera intensa, quella iniziata nel 1979 sotto l’insegna dei Simple Minds. La band scozzese, dopo una partenza con l’Arista Records e tre dischi oscuri e sperimentali, ha saputo accontentare pubblico e critica con la doppietta Sons And Fascination/Sister Feelings Call (con lo zampino di Steve Hillage dei Gong) e poi con lo scintillante capolavoro New Gold Dream (81-82-83-84). Col passare del tempo Jim Kerr e i suoi compagni si sono avvicinati allo stadium rock caro agli U2 e non tutti apprezzarono la svolta di Once Upon A Time e Street Fighting Years; ci furono defezioni importanti, e un calo d’ispirazione che ha reso i dischi degli anni Novanta fiacchi e solo parzialmente riusciti. Poi, negli anni Duemila, è arrivato il sussulto di dignità, l’atteso colpo di coda che ha riportato i Simple Minds in classifica con album che non hanno cambiato la storia del rock, ma che li hanno mostrati in più che discreta forma. Sarebbe comodo mettere in mostra solo i propri trofei, ma Kerr è oggi un uomo sereno, che vive tra il Regno Unito e la sua amata Taormina e che sa anche prendersi meno sul serio, magari guardando con affetto a quel ragazzo che cantava nelle trasmissioni televisive trentaquattro anni fa con qualche incertezza ma tanto sano entusiasmo: certo, poi arrivarono i grandi palchi, gli album milionari, le donne (Chrissie Hynde, Patsy Kensit e altre ancora) e le battute d’arresto, ma tutto partiva dai sogni (dorati), dai rehearsal e da quel parco evocato in uno dei due brani inediti della nuova raccolta di successi, Broken Glass Park.

Non è la prima volta in cui le “menti semplici” fanno il punto della situazione: nel 1992 fu la volta di Glittering Prize, che però saltava a piè pari tutto ciò che pubblicarono prima dell’81, e qualche anno dopo ci fu un doppio “best” semi-ufficiale, uscito quando ormai la band se n’era andata con armi e bagagli alla Eagle Rock. C’era ancora spazio, nella loro discografia, per una singles collection d’alto profilo, con le versioni corrette tratte dai 7″ e dai CD singoli e i mix destinati all’airplay radiofonico, e Celebrate – The Greatest Hits + viene incontro proprio a quest’esigenza. Stavolta il gruppo si è sentito maggiormente coinvolto nell’operazione ed è palese sin dai minimi dettagli: la nuova antologia è disponibile in due configurazioni, una standard e una in tiratura limitata con cinquanta brani su tre CD racchiusi in un clamshell box – la versione da preferire, finché è disponibile.

I collezionisti prendano nota: qui ci sono finalmente le single version di Changeling, I Travel, Celebrate e Sweat In Bullet, così come quelle di Waterfront (che inizia con un “1, 2, 3, 4”) e di Alive and Kicking. Si può inoltre riascoltare dopo anni anche l’edit di Belfast Child che parte con la voce di Jim a cappella, così come il remix di This Is Your Land comparso sul promo statunitense e Let It All Come Down dall’Amsterdam EP (peccato che sia stata lasciata fuori la cover di Sign ‘O’ The Times di Prince). Il terzo CD della limited edition riesce a mettere in luce le poche cose buone dagli album a partire da Good News From The Next World: col senno di poi, si ha l’impressione che Neapolis sia semplicemente uscito nel momento sbagliato, troppo in anticipo rispetto alla nu-new wave e all’electroclash (i due singoli Glitterball e War Babies non sfigurano con il resto del materiale, così come ben due tracce – Space e Jeweller To The Stars – estrapolate dal lost album Our Secrets Are The Same che ascoltammo solo anni più tardi, all’interno del Silver Box). Il legame tra Kerr e l’Italia è sancito dalla bella collaborazione con i Planet Funk in One Step Closer, e c’è anche una riuscita cover di Dancing Barefoot di Patti Smith dall’altrimenti prescindibile Neon Lights. Subito dopo Stars Will Lead The Way, uno dei loro singoli più orecchiabili da molti anni a questa parte, c’è anche Stagefright, finora disponibile solo in download e che trova per la prima volta spazio su supporto fisico.

Pazienza se Broken Glass Park non è esattamente la loro Strawberry Fields Forever, come si è affrettato a dichiarare Jim Kerr – il brano sa comunque pizzicare le corde dell’anima, sia dei fan più fedeli, sia degli ascoltatori più distratti. In attesa del nuovo album che uscirà nel 2014 qui si può trovare un’altra novità, Blood Diamonds (che, contrariamente a quanto si può pensare, non è una canzone di denuncia sociale). Come tessere di un mosaico, i pezzi di Celebrate – The Greatest Hits + compongono un’immagine di cui, nonostante i tentennamenti recenti, i Simple Minds possono andare indubbiamente fieri. I chiaroscuri, gli sprazzi di luce – compreso quel singolo, Don’t You (Forget About Me), che loro non composero e che fu inizialmente scartato da Bryan Ferry e Billy Idol – e le zone d’ombra, le love songs e i momenti di riflessione su un mondo che cambia e un’attualità che travolge (Mandela Day): Celebrate è il miglior tributo che la band potesse dedicare al proprio pubblico, compilato con amore e con criterio. Indispensabile.

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