Recensioni

Prima o poi ogni artista o gruppo deve fare i conti col proprio passato. I Simple Minds ci sono riusciti dopo la pubblicazione di un Graffiti Soul che li rivedeva comporre musica di discreto livello dopo una serie di prove in tono minore, quando non frustranti (le cover di Neon Lights) o pubblicate nel momento sbagliato (Neapolis, dimenticato probabilmente troppo in fretta): anni di tournée, un eccellente box (5×5) dedicato agli album da Life In A Day fino al capolavoro New Gold Dream e la loro miglior antologia di sempre, specie nell’edizione limitata con tre CD (Celebrate). Guardarsi indietro ha fatto loro bene, perché Jim Kerr e soci sono riusciti a ricatturare quella magia andata persa: mettiamoci pure gli attestati di stima da parte dei Manic Street Preachers – James Dean Bradfield ha dichiarato di venerare i loro dischi fino a Sparkle In The Rain – e degli Horrors (So Now You Know è quanto di più vicino al loro sound inconfondibile) e il gioco è presto fatto. I tempi erano maturi e Big Music è l’album ideale per rimettersi in pista con l’intenzione di non abbandonarla più. Dopo un decennio abbondante la band scozzese torna anche ad appoggiarsi, in alcuni mercati, a una major come Sony Music.
Due canzoni erano già presenti in Celebrate – The Greatest Hits, ma qui Broken Glass Park (il bel singolo di lancio della raccolta dello scorso anno) e Blood Diamonds (uno dei due brani scritti insieme al conterraneo Iain Cook attivo prima con gli Aereogramme e poi con i Chvrches – l’altro è Honest Town), sono stati rivisitati senza stravolgimenti, ma in modo tale che si inserissero al meglio nel contesto. Ha un vestito nuovo anche la cover di Let The Day Begin dei Call, brano che Al Gore adottò nel 2000 per la sua campagna presidenziale e che le “menti semplici” già ripresero per un album di sole cover allegato all’edizione limitata di Graffiti Soul: una scelta intelligente, come lo era stata quella di riproporre la brillante Bulletproof Heart dei dimenticati Fingerprintz nel disco solista di Jim Kerr Lostboy.
Non si tratta né di appigli né di coperte di Linus: non ce n’è bisogno. Anche senza questi tre episodi familiari Big Music (titolo tanto tronfio quanto evocativo, che rimanda direttamente a una definizione cara a Mike Scott dei Waterboys che contraddistingue un filone composto anche da loro, dagli U2 – curioso che il disco sia uscito a ridosso da Songs of Innocence della band di Bono, come accadeva nei vecchi tempi – e da quei Big Country ricordati sempre con troppa parsimonia) avrebbe avuto una forza espressiva e una carica cui non eravamo più abituati da tempo.
Poteva sembrare strana la scelta di puntare su Honest Town come singolo promozionale, ma leggendo il testo e comprendendo l’urgenza di Jim Kerr tutto quadra: la canzone prende infatti spunto da una conversazione che il cantante ebbe con sua madre, morta pochi giorni dopo, mentre la accompagnava a casa passando per la sua vecchia scuola e la fabbrica in cui lei lavorava. Jim si mette a nudo e lo fa senza peccare di retorica, senza inutili istrionismi, colpendo dritto al cuore come di recente giusto Bono Vox in Iris (Hold Me Close) e Andy Bell degli Erasure con Storm in a Teacup erano riusciti a fare. Steve Osborne, colui che aiutò prima i Deacon Blue e poi i Suede a contaminarsi con l’elettronica, garantisce in Blindfolded un amalgama perfetto tra pulsioni rock, muri di tastiere e beat abbracciati con maggiore convinzione rispetto alle pur pregevoli collaborazioni con i Planet Funk (One Step Closer, da Cry) e con Jam & Spoon (Cynical Heart).
Svetta nel nuovo campionario anche la title-track, smorzata forse solo da un ritornello “timido”, che fa ricordare Hypnotised e soprattutto War Babies (dai tentennanti anni Novanta), così come la potenziale hit Concrete and Cherry Blossom – con quel genere di tiro che purtroppo mancava nelle ultime, sciape produzioni dei Keane – e l’altrettanto riuscita Kill Or Cure. Anche stavolta i fan più fedeli possono contare su una limited edition che comprende una rivisitazione di Swimming Towards The Sun, in origine contenuta nel lost album Our Secrets Are The Same, un nuovo remake della cover di Dancing Barefoot di Patti Smith stavolta con la vocalist Sarah Brown – una che è abituata a cantare con i grandi, da Annie Lennox ai Duran Duran, da George Michael a Stevie Wonder (che la scoprì), dai Roxy Music ai Primal Scream – al microfono e una assai più dimenticabile interpretazione di Riders On The Storm dei Doors, insieme agli inediti Bittersweet, Liaison e a una reprise di Blindfolded.
C’è anche un DVD che comprende clip, interviste e un behind the scenes. Niente ballad da accendino, stavolta: i Simple Minds (ri)conquistano i fedelissimi con energia, momenti di introspezione, passione, synth corposi e una voce dosata, a volte sussurrata, impostata su un registro più rilassato, ma che guadagna in pathos. La strada è stata lunga e impervia, ma era chiaro che prima o poi sarebbe arrivato il momento del riscatto: i Simple Minds risollevano con orgoglio la testa e consegnano finalmente il loro disco più consistente da venticinque anni a questa parte.
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