Recensioni

6.2

Come ci si approccia quando arriva un nuovo disco di una band in circolazione da 45 anni? Non è mai scontato celebrare un simile traguardo, e non lo è nel caso dei Simple Minds, che dopo un decennio di grandi successi hanno avuto dolorose uscite di membri fondatori che hanno forgiato suono e identità (parliamo di Derek Forbes e Michael MacNeil, ma anche di Mel Gaynor, che ai Nostri si unì ai tempi del magnum opus New Gold Dream 81-82-83-84). Real Life fu il primo segnale di una crisi di ispirazione che per un po’ sembrò irreversibile. Se il bistrattato Neapolis ha avuto, col senno di poi, la semplice sfortuna di uscire nel momento sbagliato, con l’archiviazione dell’intero album Our Secrets Are The Same sembrava proprio che la storia delle “menti semplici” fosse destinata a chiudersi per sempre, una saracinesca abbassata per mancanza di direzione e per disinteresse del pubblico (era troppo presto per il revival anni Ottanta, e i figli tendono a rifiutare la musica ascoltata dai genitori) e delle case discografiche. Jim Kerr racconta di essersi in fondo rassegnato, pronto a una nuova vita in quel di Taormina, fino a quando giovani musicisti locali non hanno iniziato a chiedergli consigli e a farlo tornare nel “giro”. Da lì una lenta rinascita che, se non ha sempre portato alla stesura di nuovi capolavori, ha permesso al cantante al fido Charlie Burchill di risollevarsi dopo uno sciatto disco di cover (Neon Lights) e tornare a riportare in concerto un repertorio importante cui aggiungere, pur con parsimonia, nuovi tasselli.

Oggi i Simple Minds hanno una line-up in evoluzione, con l’ex chitarrista ritmico dei Primevals, Gordon Goudie, Cherisse Osei alla batteria, Berenice Scott alle tastiere, Sarah Brown ai cori e Ged Grimes (noto per aver fatto parte dei Danny Wilson) al basso; guardano al presente, specie sul versante dei testi, ma sfogliano con una certa frequenza e con un lecito orgoglio l’album dei ricordi, rispolverando cose lasciate nel cassetto per creare una narrazione alternativa della propria storia. Se è vero che già negli anni ’80 trovavamo cover nei loro dischi (Street Hassle di Lou Reed, Biko di Peter Gabriel, Sign O’ The Times di Prince), la cosa si è fatta sempre meno sporadica: c’era il bel recupero di Bulletproof Heart dei Fingerprintz (poi ripresa dai Silencers) nel progetto Lostboy di Jim Kerr, una serie di rifacimenti nell’edizione deluxe di Graffiti Soul (A Song From Under the Floorboards dei Magazine, tanto per citarne uno) e For One Night Only di King Creosote era l’unico inedito del best of uscito per festeggiare i loro quarant’anni di attività. Gli ultimi Lp hanno registrato vendite dignitose e piazzamenti lusinghieri in classifica, specialmente nel Regno Unito; gioca a loro vantaggio il fatto che, rispetto ai colleghi U2, per qualche ragione si è scatenata assai meno contro di loro una certa furia iconoclasta (che sembra riguardare quasi esclusivamente il periodo di Street Fighting Years, oggetto nel 2020 di un lussuoso cofanetto celebrativo).

Kerr oggi è un uomo sereno, un padre e un nonno, in procinto di diventare cittadino italiano, e oltre a gestire un hotel, registra canzoni con un approccio do-it-yourself che a suo dire riporta al punk degli esordi (allora perché non c’erano i soldi, oggi perché si può fare molto con un laptop, specie mentre si sta faticosamente uscendo da una pandemia). Per questo Direction of the Heart suona come un disco “fatto in casa”. Energico e positivo per quanto sia nato in un momento politicamente cupo (in più interviste il frontman si è espresso contro la Brexit), con la necessità di esorcizzare le paure del presente rappresentato dalla maschera antigas adornata di fiori e farfalle in copertina. Anche stavolta Charlie Burchill ha tirato fuori qualche riff memorabile, e per necessità ha suonato anche gran parte delle tastiere. Che dire dei testi? Vision Thing è un affettuoso omaggio al padre di Kerr morto nel 2019, che finanziò i primi provini dei ragazzi mentre muovevano i primi passi; se First You Jump necessita più ascolti per “arrivare” davvero, funzionano all’istante il sound e il ritornello di Who Killed Truth? – titolo quasi shakesperiano per un brano che tra le pieghe denuncia la cattiva informazione e le fake news sui social, quasi completando il discorso iniziato dai Jethro Tull con il recente The Zealot Genee l’ospitata di Russell Mael degli Sparks in Human Traffic. C’è un ritorno alle atmosfere di Let There Be Love nell’evocativa Solstice Kiss, mentre Act of Love è una vecchia conoscenza per i fan storici, in quanto faceva parte dei primi live set del gruppo (il demo venne registrato nel 1978). L’arrangiamento attuale fa un po’ troppo Billy Idol, ma va bene lo stesso.

Da qui si ha l’impressione che siano state sparate già tutte le migliori cartucce. Con Natural e Planet Zero (il cui embrione risale ai tempi di Big Music) un po’ si vivacchia in un già sentito senza particolari sussulti, mentre la cover dei Call The Walls Came Down ne aggiorna il contesto – non si parla più di guerra fredda, di Reagan e Thatcher, ma del muro di Trump tra Stati Uniti e Messico e del conflitto tra Russia e Ucraina – e cerca di svecchiarne l’arrangiamento. Non finisce qui: per chi sceglie l’edizione deluxe (con un hardbook rilegato e ricco di fotografie) ci sono due brani in più in scaletta: Direction of the Heart (Taormina 2022) è un remake di un brano già presentato sul lato B del singolo Magic, da Walk Between Worlds, e Wondertimes è un inedito. Gradevoli entrambi, non si capisce perché non siano nell’edizione più diffusa.

Direction of the Heart conferma il fatto che, sebbene con meno ambizioni, i Simple Minds non hanno perso l’expertise che li ha resi famosi negli anni Ottanta. Non sono un gruppo cool, ne sono consapevoli e si sono ritagliati con intelligenza un ruolo nel music business odierno giocando ancora bene le proprie carte. Stavolta però il tallone d’Achille è una produzione meno curata, troppo casereccia, con qualche preset usato con poca fantasia e che alla lunga smorza il potenziale di alcune canzoni. La line-up probabilmente darà il meglio di sé dal vivo, ma in studio suona un tantino sacrificata, con Kerr e Burchill a fare gran parte del lavoro. Non il miglior disco per avvicinarsi alla fase di rinascita della band scozzese (meglio concentrarsi su Black & White 050505 o i già menzionati Graffiti Soul o Big Music), ma come sempre quei due-tre episodi azzeccati confermano che vale sempre la pena dare loro una chance.

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