Recensioni

6.5

Nel lontano 1976, con senso dello humour misto a un certo pudore legato alla data di scadenza intrinseca al ruolo di rock star – rock e senilità agli albori erano una contraddizione in termini –, Ian Anderson si diceva «troppo vecchio per il rock’n’roll, ma troppo giovane per morire». Too Old To Rock’n’Roll: Too Young To Die! è il titolo di un album che avrebbe dovuto diventare un musical che non si concretizzò mai, arricchito da una bellissima cover irriverente sulla quale Ian Anderson compare facendo il gesto dell’ombrello. Insomma, niente prigionieri: fuck you world. Sarebbe interessante chiedere oggi al leader dei Tull, a 46 anni di distanza da quel disco, come si sente anagraficamente rispetto tanto al rock quanto al Tristo Mietitore. Lui come tante altre figure della sua generazione – da Phil Collins agli Stones –, che ridotti al lumicino non vogliono saperne di mollare nonostante uno stato di forma a dir poco preoccupante: il rock è il nuovo liscio? Una faccenda per cariatidi con tanta gloria ma senza dignità?

Come qualunque altro movimento musicale, il progressive rock aveva infiammato gli animi perché assestava – seppur con grande educazione, e anche questo faceva la differenza – un calcio nel basso ventre della musica più stantia, provando a stabilire nuovi standard. A distanza di quei 46 anni e passa, perché il prog nel 1976 era già quasi in fondo allo scivolo, quel movimento straordinariamente coraggioso si era trasformato da inarrestabile uragano ad addomesticata melodia fischiettabile. Uno spartito che chiunque si sentisse in sintonia poteva riprodurre, come fanno gli attori di una commedia. Per quanto ben interpretato, per quanto piacevole l’esercizio di stile, l’ennesima replica può detenere la forza dirompente delle origini? Mezzo secolo fa, i Tull come tutte le migliori band di progressive rock, erano ciurme piratesche dedite alla guerriglia e al saccheggio (sonoro).

Si buttavano a corpo morto nella battaglia – anche la stampa spesso cannoneggiava contro – e c’era chi, alla ricerca di tesori sempre più pericolosi da guadagnare, ci rimetteva un occhio, una gamba, o gli andava anche peggio. A sentire The Zealote Gene invece, oggi Anderson veste una benda finta e sulla spalla porta un pappagallo di pezza come quello di Captain Sensible. I nuovi Tull navigano in acque più che tranquille, del tutto sicure; si esibiscono in specchi d’acqua artificiali come quelli approntati nelle aree antistanti gli hotel di Las Vegas, dove nessuno gli dà la caccia e le navi da predare sono posticce. Con gli spettatori assuefatti che applaudono ai combattimenti tra stunt men. Che ne sanno del progressive rock, quello feroce, della prima metà degli anni ’70? Poco o nulla. A quelli che c’erano, sopraffatti dalla nostalgia, basta l’eco di un ricamo di flauto; un piede appoggiato allo scricchiolante ginocchio opposto, nella leggendaria posizione del fenicottero, per provocare al minimo brividi, se non deliquio.

Anderson, 2022: «Sebbene io abbia una certa simpatia per lo sfarzo e la narrazione fiabesca del Libro Sacro, sento ancora il bisogno di mettere in discussione e di trarre paralleli a volte empi dal testo. Il buono, il cattivo e l’orribile fanno capolino dappertutto, ma sono punteggiati da elementi di amore, rispetto e tenerezza che glorificano soprattutto il Nuovo Testamento. Alcuni fanatici cristiani avranno l’impressione che io li abbia presi in giro. I secolari e i miscredenti penseranno che io sia rinato come un fastidioso proselitista della fede. E alcuni, si spera, si godranno semplicemente la musica e non la scruteranno troppo da vicino». Ecco, detto dei testi, consideriamo la musica. The Zealot Gene è un brutto disco? Fatta salva la copertina – un tale obbrobrio non può essere il risultato del caso – non si può dire che il 22° lavoro di studio dei Tull si guadagni una sonora bocciatura. Se si legge l’etichetta che l’accompagna, nessuno degli ingredienti che hanno fatto grandi e indimenticabili tanti dischi del passato della mutevole band manca. L’onnipresente flauto di Ian Anderson in primis; l’alternarsi tra momenti cantati e pause strumentali (in questo caso di moderata durata), i solo di chitarra più heavy perché i tempi che viviamo sono difficili e bisogna sapersi adeguare, piacevoli riff (inevitabilmente già sentiti), trame arcinote ma in qualche modo irrinunciabili, perché oggigiorno è più facile alienarsi un fedelissimo che guadagnare un neofita.

Dentro The Zealote Gene c’è tutto quello che serve per dire “ecco i Jehtro Tull di sempre”. Tutto tranne una cosa: la magia della spontaneità. Cioè quel particolare che fa fare il salto di qualità da buon disco a capolavoro indissolubilmente legato a un momento magico. Che non significa, intendiamoci, essere identificato da una data. No. Anche il capolavoro che supera le barriere del tempo è marchiato da un momento, da una istantanea, da una combinazione alchemica, chiamatela come volete.

The Zealot Gene, infatti, non è necessariamente un disco del 2022, ma potrebbe essere il classico disco perduto, registrato 30 anni fa, o 20 o 40, e mai pubblicato, come già capitato altre volte. È un disco da comfort zone. Per chi lo vende e per chi lo compra. Il completista lo aggiungerà alla collezione e non ne rimarrà deluso. Il problema sorge dopo il primo approccio, che può durare anche ripetuti ascolti, dopodiché il disco finisce in scaffale, in fondo alla fila degli altri lavori dei Tull. Ma la volta successiva, sentendo l’esigenza di ascoltare musica della band di Anderson e scorrendo la lista di titoli come This Was, Stand Up, Benefit, Aqualung, Thick As A Brick, A Passion Play, War Child, Minstrel In The Gallery e Too Old To Rock’n’Roll: Too Young To Die!… chi mai sentirà il bisogno di riascoltare The Zealot Gene?

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