Recensioni

7.7

“Nel 1984 fui ricoverato per essermi avvicinato alla perfezione / Dopo aver cazzeggiato in giro per l’Europa, hanno dovuto ricredersi” (Random Rules)

Per il successore di Natural Bridge, DCB inverte parzialmente la rotta: convoca nuovi musicisti (Tim Barnes, l’ex Royal Trux Mike Fellows, Chris Stroffolino) e, sorpresa, richiama in squadra l’amico Stephen. Un ritorno al passato? Quasi: la nuova formula dei Jews, per quanto riporti in azione la coppia Malkmus-Berman, risente inevitabilmente delle esperienze maturate dai due nel post-Starlite Walker. Il primo, reduce dalla progressiva “normalizzazione” dei Pavement, comincia a sentire bisogno di respirare aria nuova; il secondo, ormai sicuro delle proprie capacità di autore e interprete, non teme più il confronto con la “grande madre” di Stockton e sceglie di avvalersi di un partner musicale d’eccezione.

A dirla tutta, nell’ideale rincorsa Silver Jews / Pavement, stavolta il risultato si ribalta. American Water non solo rivela la completa maturazione del progetto di Berman come entità a sé stante, ma mostra un valore aggiunto anche rispetto al gruppo di Malkmus. Se la calligrafia è quella già incontrata in Natural Bridge (Random Rules, classica album opener che si avvale di un arrangiamento strepitoso con sfumature alla Oldham, o la crepuscolare We Are Real), Stephen s’inserisce tra le pieghe, con la voce e ancor più con la chitarra (protagonista assoluta nella strumentale Night Society e in Like Like The The Death), mettendo in luce tutte le potenzialità di un tandem formidabile.

In certi episodi inevitabilmente l’orecchio riporta ai tardi Pavement (vedi l’incedere ubriaco di Federal Dust, o Blue Arrangements, che pare fare il verso alla Something beatlesiana), ma in più di uno è facile riscontrare una freschezza, una realizzazione che manca agli ultimi lavori di Malkmus e soci (su tutti la strepitosa People). Non sarà un caso se lo stesso Stephen resterà alla lunga deluso dal “suo” Terror Twilight realizzato poco dopo questo disco) perché “non era altrettanto ispirato come American Water ”; e ascoltando Send InThe Clouds, Smith & Jones Forever, Buckingham Rabbit e The Wild Kindness viene proprio voglia di dargli ragione: neanche da solista riuscirà a trovare un socio come DCB. Il quale a sua volta mette da parte il cupo esistenzialismo del disco precedente in favore di un beffardo nonsense, che alleggerisce i toni senza perdere in profondità (le già citate We Are Real, Random Rules e Send In the Clouds, tutte dei classici bermaniani): l’ulteriore pregio di un album che ancora oggi è uno dei picchi del cantautorato indie pop.

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