Recensioni

“Dov’è la busta di carta che avvolge il liquore / nel caso in cui dovessi aver bisogno di vomitare”(Punks In The Beerlight)
Quattro anni: una gestazione insolitamente lunga per un disco dei Silver Jews. Da quel poco che ci è dato sapere, nel frattempo David Berman si è felicemente sposato con Cassie Marret, mettendo da parte la musica per dedicarsi ai suoi amati reading (nonché alla trasposizione sulle scene di Actual Air); soltanto a fine del 2004 ha cominciato a raccogliere le idee per l’atteso ritorno della sua creatura, radunando tra gli altri vecchi amici come Stephen Malkmus, Bob Nastanovich e Will Oldham. Dopo alcune peripezie in fase di post produzione – si è persino vociferato che il master fosse andato perso nell’incendio che a inizio estate ha distrutto gli storici Easley-McCain Studios di Memphis – ecco finalmente Tanglewood Numbers , una sorta di nuovo inizio per il progetto di DCB, soprattutto alla luce dell’alone di ineluttabile “morte annunciata” che avvolgeva il precedente Bright Flight.
E se ovviamente non possiamo che rallegrarci del fatto che (ipse dixit) “i Silver Jews esisteranno finché almeno due di noi continueranno a camminare su questa terra”, è subito evidente che ci troviamo di fronte a un gruppo sostanzialmente diverso da quello che conoscevamo, e ciò non dipende soltanto dai musicisti coinvolti. L’iniziale Punks In the Beerlight mette subito le carte in tavola: David Berman ha scoperto il gusto di suonare ad alto volume, dedicandosi a una scrittura prettamente rock: echi di Paisley Underground, aperture seventies, chitarre capricciose e ruvide, scrittura agile come non mai; dello stesso tenore le successive Sometimes a Pony Gets Depressed (con un Malkmus mai tanto velvettiano) e K-Hole. Gli arrangiamenti rimangono chiaramente votati al country (vedi il banjo o gli efficaci inserti di violino di Paz Lechantin), così come lo stile lirico del Nostro, sempre pungente e surreale (“Where does an animal sleep when the round is wet?”); ma in generale sono i toni ad inasprirsi e ad assumere diverse sfumature; perfino la gamma vocale di David risulta più varia, grazie anche all’efficace controcanto della moglie in più occasioni.
Alla lunga il disco soffre un po’ degli ospiti illustri, ma non potrebbe essere altrimenti: come in precedenza, Nastanovich, Malkmus e un redivivo Steve West ai tamburi tingono di Pavement episodi come How Can I Love You If You Won’t Lie Down (amarcord di Starlite Walker), The Poor, The Fair & The Good e Farmer’s Hotel (entrambe infiorettate da un Malkmus in stato di grazia); dal canto loro Sleeping Is The Only Love e I’m Getting Back Into Getting Back Into You (con uno squisito cameo di Bobby Bare Jr.) sono ballate che ci restituiscono il Berman di un tempo, anche se la conclusiva There Is A Place mette definitivamente in chiaro che il passato è solo un ricordo. Forse resta un po’ di rimpianto da parte nostra, ma, come ci ha detto lo stesso DCB: “Voglio solo che ci sia un futuro. Non voglio che questa vita finisca”. E a noi tutto sommato va benissimo così.
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