Recensioni

“Andremo a vivere a Nashville, e lì farò carriera / scrivendo canzoni tristi per poi essere pagato in base alle lacrime” (Tennessee)
Aria di cambiamenti in casa Silver Jews. La Pavement connection è ormai un ricordo sbiadito (Malkmus ha appena iniziato l’avventura solista con i Jicks), così come gli anni del lo-fi e delle scorribande indie tra Louisville, Dallas, New York e il New Jersey. DCB si è trasferito nella città dei suoi sogni, quella Nashville che per lui rappresenta un porto ideale, non solo da un punto di vista musicale: nel suo futuro prossimo, dopo l’affermazione come scrittore con Actual Air, c’è anche il matrimonio e una vita più o meno stabile. Insomma, si chiude una stagione. Il Nostro se ne rende pienamente conto e scrive quello che potremmo chiamare il disco “definitivo” dei Silver Jews; nel senso che Bright Flight, in maniera più o meno conscia, conclude quel ciclo che si era aperto con Starlite Walker e aveva visto la partecipazione alterna degli amici Pavement. Per l’occasione, Berman lascia ancora una volta Stephen a casa e recluta professionisti come i due Lambchop Tony Crow e Paul Niehaus e Cassie Marret, cantante country-punk destinata a diventare la sua compagna di vita.
Il processo di maturazione è dunque completo: la tetra desolazione di Natural Bridge e la frizzante ironia di American Water vengono qui metabolizzate e cristallizzate nell’ideale dimensione del tipico Nashville sound; una scelta che, per quanto convenzionale, definisce inequivocabilmente l’essenza “classica” del songwriting strampalato di DCB. Non è quindi un caso che la veste tradizionale calzi a pennello a queste composizioni, in assoluto tra le più ispirate del Nostro: dall’ironica riflessione sulla creazione e sulla morte di Slow Education (“When God was young, he made the wind and the sun / and since then, it’s been a slow education”), allo sguardo sornione verso il futuro di Tennessee (“Marry me, leave Kentucky, come to Tennessee”) ritroviamo l’intero universo di Berman, il quale adesso guarda alla vita con cauto ottimismo, senza rinunciare a quel disincantato sarcasmo che lo ha sempre accompagnato.
E se I Remember Me e Horseleg Swastikas sono tipiche ballad country da “scazzo sul divano” (I’m drunk on a couch in Nashville /… I’m like a rabbit freezing on a star), a far da contraltare ci pensano l’honky tonk sbarazzino di Let’s Not And Say We Did (con Cassie al controcanto) e il buffo numero da closing time Friday Night Fever, mentre in Time Will Break The World e nella strumentale Transylvania Blues fa capolino un inedito mood desertico à la Giant Sand / Calexico. La malinconica Death Of An Heir Of Sorrows (I wish I had a thousand bucks / I wish I was the Royal Trux) è l’epitaffio che chiude idealmente un album che sa tanto di lettera d’addio. Dopo Bright Flight, sarà tutt’altra musica.
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