Recensioni

6.8

Rimasti un duo dopo la fuoriuscita di Kristin Hayter (Lingua Ignota), probabile conseguenza della scelta della musicista di porre fine al suo storico progetto solista e stare lontano da tematiche angoscianti, Buford (The Body) e Dylan Walker (Full of Hell) giocano la carta di aprire il suono degli Sightless Pit a differenti possibilità espressive. Se Grave Of A Dog era ben perimetrato su alcuni elementi base – screaming black metal, percussioni, beat, sample di contrabbasso e rituali mistici – in Lockstep Bloodwar questi vengono rimpastati alla ricerca di differenti longitudini e con un taglio hip hop industriale decisamente più marcato.

La mano del produttore Seth Manchester è riconoscibile nelle compressioni che pervadono le tracce e il suono estremo e carico di malessere è ancora intonso, ma l’elettronica stavolta apre ulteriori squarci di una visione prima granitica. Un ruolo chiave lo giocano le molte collaborazioni, che se da un lato compensano la mancanza di Hayter, dall’altro esaltano la buona scrittura del duo: da Midwife che si libera con notevole profondità su basi industrial dub (Resin on a Knife) a YoshimiO dei Boredoms e la rapper recentemente scomparsa Gangsta Boo a tramortire il mix di Techno Animal e Locrian della prima ora senza le chitarre (Calcified Glass); e fino al soul post-apocalittico esaltato dalla vocalità di Lane Shi Otayonii degli Elizabeth Colour Wheel (Flower To Tomb).

Un apporto quello degli ospiti funzionale e che alterna cortocircuiti devastanti tra rumore e teorie più digeribili (tra cui anche la dance sommersa nella distorsione di Low Orbit che vede all’opera Industrial Hazard e il rapper Frukwan), a momenti di dignitosa prevedibilità (False Epiphany con claire rousay gioca con suoni eccessivamente kitsch per colpire e il pur coinvolgente industrial rap di Shiv con Crownovhornz non aggiunge molto al discorso). Una varietà interessante ma che pare ancora alla ricerca di un’effettiva quadratura sonora, una strada capace si di segnare punti ma ancora da sviscerare a dovere.

Sensazione confermata dalla chiusura con due pezzi da novanta che fanno emergere una personalità molto più compiuta. Morning of a Thousand Lights (uno dei due brani senza ospiti assieme al buon d’n’b disintegrato della title track) è pura ossessione calibrata per fare male, un implacabile impasto industrial noise frastagliato di psicotici giochi di fade; mentre la voce della californiana Foie Gras si fonde perfettamente con l’up tempo catatonico e angosciante di Futilities

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