Recensioni

Niente peace, ma soprattutto niente love nel nuovo album collaborativo condiviso dai The Body assieme al producer elettronico AJ Wilson, in arte OAA. Con il precedente I’ve Seen All I Need to See l’infernale duo di Providence aveva strappato – e senza tanti complimenti – la palma di band più assordante sulla faccia del pianeta dalle mani di Wolf Eyes e compagnia rumoreggiante. Difficile bissare l’impatto senza precedenti di quel disco, che abbandonava totalmente le divagazioni dark enfatiche in favore di un atroce industrial noise. Così, Lee Buford (batteria) e Chip King (chitarra e urla strazianti), molto inclini alle collaborazioni (tra cui quelle con Full of Hell, BIG|BRAVE e Uniform), hanno pensato bene di farsi aiutare da un nuovo compagno di merende per proseguire nelle loro psicosi devastanti.
Una mossa intelligente che permette a questo Enemy of Love di trovare ulteriori dimensioni distruttive. Del resto, la prima anticipazione diffusa negli scorsi mesi, Barren of Joy, era molto chiara: uno scuro magma in cui il tipico tiro schiacciasassi senza compromessi del duo veniva arricchito da nevrotici inserti sintetici e manipolazioni in tempo reale. Componente elettronica per nulla accessoria, visto l’approccio frontale di Wilson, ma che anzi permette un’interessante diversificazione compositiva. A volte arriva camuffata da trappola, come nel finto goa improvvisamente sovrastato da assalti sludge (Devalued), in altre occasioni come minaccia di tristi presagi (Fortified Tower), o ancora come parte organica a dare man forte allo strano tiro hip hop analogico di Obsessed Luxury, ad aumentare di azzeccati breakbeat il mix ipercompresso di urla, reiterazioni distorte e feedback allo stato brado di Miserable Freedom, o ancora a scalfire con tappeti techno industriali il flusso catatonico di Ignorant Messiah.
Premesso che tutti i titoli sono già un gran bel programma, le cose vengono ulteriormente esasperate nella violenza collassata che si apre ad armonizzazioni à la Burzum di Pseudocyesis, nei bordoni deteriorati contro cui viene scagliato di tutto di Conspiracy Privilege e nella finale Docile Gift, ultimo regalo – si fa per dire – di scura psichedelia dub scarnificata con l’acido. Un altro centro parossisticamente crudo, stracolmo di malevolenza postindustriale e costantemente affogato in un produzione claustrofobica.
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