Recensioni
The Body
The Body
One Day You Will Ache Like I Ache
No One Deserves Happiness
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Stefano Pifferi
- 14 Aprile 2016


Tra le formazioni d’ambito “estremo” gli americani The Body sono quelli insieme più produttivi e vari, provando spesso una certa attrazione per le collaborazioni – non split o condivisioni, proprio lavori a più mani con Haxan Cloak, Krieg, Sanworm e, prossimamente, The Bug – e non ponendo limiti a quello sludge/black che ne rappresenta latamente, giusto in partenza, l’humus sonoro su cui far germogliare tutto e di più. A far seguito agli ultimi avvistamenti (Christs, Redeemers e I Shall Die Here) ecco ora l’accoppiata No One Deserves Happiness, album in solo su Thrill Jockey, e One Day You Will Ache Like I Ache, collaborazione con Full Of Hell edita da Neurot.
Doppietta che sin dai titoli mantiene alto il livello di disagio, un misto di repulsione per la vita e di attrazione per le forme più violente, negative e nichiliste dell’esistenza che ha sempre caratterizzato le prove del duo formato da Chip King e Lee Buford e che sposta ulteriormente la matassa sonora sludge verso lande sempre più estreme e interessanti. L’accoppiata col quartetto hc/noise Full Of Hell (Dylan Walker: voce, elettronica, noise; Spencer Hazard: chitarra, noise; David Bland: batteria; Brandon Brown: basso) spinge se possibile addirittura oltre il muro ossessivo con cui i The Body si offrono normalmente. Prendendo in prestito il titolo dalla cara Courtney Love, i Nostri inscenano una specie di concept sul potere dirompente e irrefrenabile della depressione a base di doom stagnante, accelerazioni mortifere, passaggi reiterati che sono un flutto harsh-noise abbrutito da cadenze sludgy e una sensazione di sgradevolezza che sì, ci fa proprio pensare che soffriremo un giorno.
L’attacco di No One Deserves Happiness, «the grossest pop album of all time» nella visione distorta del duo, spiazza con l’alternanza tra la voce femminile quasi ethereal di Chrissy Wolpert (The Assembly Of Light Choir) e lo stridio di quella scannata di King, ma non è che l’apripista dell’ennesimo viaggio nel buio, in un gorgo di disperazione che sembra non avere fine. Con una strumentazione che include trombone, violoncello, drum machines e, appunto, voci femminili uno si aspetterebbe una virata “docile”, ma qui disperazione e isolamento, con tutte le sfumature di nero che vi possano venire in mente, la fanno da padroni come e più del solito. E forse, vista l’ampiezza della tavolozza utilizzata – dall’harsh-noise di For You allo sludge apocalittico di Hallow/Hollow, dall’electro-noise asfittico di Two Snakes (costruito su una linea di basso presa da Beyoncè) alla paranoia in bassa battuta di Prescience – (ri)confermano i The Body come band tra le più coraggiose e pesanti del panorama “metal” mondiale.
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