Recensioni

7.2

A guardarne la storia, ci sono stati tre Sick Tamburo. I primi furono il progetto sperimentale di percussioni, chiamato poi Hardcore Tamburo quando Elisabetta Imelio disse che l’altro nome sarebbe stato quello giusto per il nuovo gruppo suo e di Accusani. Poi, al di là dei cambi di formazione il cui centro sono sempre stati i due ex-Prozac+, gli altri sono stati due fasi del gruppo propriamente detto. Per cui i secondi sono stati quelli dei primi due dischi, l’omonimo (2009) e A.I.U.T.O. (2011), caratterizzati da ritmi più squadrati e pesanti, da una presenza maggiore dell’elettronica nonché della voce e in generale della presenza della Imelio rispetto a quelli che potremmo definire i terzi, in teoria spostati verso un punk-rock più vicino a quello del vecchio gruppo, – e Back to the Roots (2021) raccolta di riletture in questa chiave di brani dei primi dischi, in quanto prima uscita dopo la scomparsa della bassista nel 2020 apparentemente sanciva questo passaggio.

In realtà Non credere a nessuno, il primo vero album di materiale nuovo post-lutto, se in parte conferma quella strada, in realtà rimescola le carte guardando anche a possibili strade nuove.

La penna di Accusani, infatti, continua ad essere quella obliqua, bizzarra e personale, con le melodie che animano a modo loro non solo le sue capricciose filastrocche ma anche i pezzi costruiti su giri di accordi più quadrati e classici e i testi dagli scarti inattesi e dai passaggi tra metafore strambe e il nominare le cose in maniera estremamente diretta; e sebbene dei cambiamenti ci siano stati è anche vero che persiste una continuità in parte nascosta dall’effetto molto diverso che fa quando a cantare è lei oppure lui.

Insomma, il chitarrista continua a esprimere uno sguardo suo proprio e una sensibilità vulnerabile che fa sì che anche un verso apparentemente violento come “quei baci che mi neghi, guarda che stasera me li prendo” (Bianca blues) suoni in realtà come la spacconata nemmeno troppo convinta di uno che non sa che pesci pigliare (e il resto del testo infatti è tutt’altro che prevaricatore): è sempre lui ma è solo lui, potremmo dire, con uno stile che lo distingue per esempio da quello molto più classico, “regolare”, per esempio dei Punkreas anche quando canzoni come l’iniziale Suono libero, la metafora del tempo che passa di Il colore si perde o il bizzarro inno alla carnalità di Facciamoci la festa sembrano confermare il passaggio (o il ritorno) al  punk rock classico.

Accanto a queste ci sono i mid tempo sospesi, anch’essi tipici del gruppo, come la bella, romantica Per sempre con me con Roberta Sammarelli dei Verdena o l’empatica Fino a farcela, o La stanza che resta, o il confronto allo specchio di Il mio nemico. In mezzo, come dicevamo, qualche accenno di strada nuova, si vedano il quasi folk in 3/4 di Piove ancora o lo strano valzer della sunnominata Bianca blues, altro classico ritratto di personaggio “altro”. La più sorprendente però è la conclusiva Certe volte: è scritta nel suo modo consueto, una classica filastrocca Accusani-style un po’ bislacca, ma è arrangiata per orchestra (e un giro di piano impertinente) e funziona anche così, dimostrando che quella scrittura si può adattare anche a forme musicali diverse. Chissà che appunto non possa essere una strada nuova: la buona notizia è che il gruppo le cerca.

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