Recensioni

Arrivati al quinto disco dei Sick Tamburo e considerando anche il periodo Prozac + fanno 22 anni, dopo i quali il profilo artistico di Gian Maria Accusani (e dei suoi gruppi, che controlla completamente) è ormai chiaro: un cantautore punk che anima di scarti tra il surreale e il giocoso (quelli che fanno pensare a tanti che non faccia sul serio) l’empatia con cui guarda le cose, un retaggio del filone emo-core ma rivolto più all’esterno che all’intimismo, più alle marginalità intrise di una conseguente solitudine sia reale che percepita, e che costituiscono uno dei temi principali del suo canzoniere – e anche quando va sulla canzone d’amore o sulle riflessioni, è sempre con un punto di vista obliquo.
È fedele a se stesso, ma non sempre uguale, come invece parrebbe a uno sguardo superficiale: queste nuove canzoni, cantate tutte da lui (cosa che Accusani fa già da un po’, e per scelta stilistica diremmo, più che per i problemi di salute – purtroppo non ancora risolti – di Elisabetta Imelio), dipingono una galleria di personaggi come «ce ne son tanti ma nessuno è uguale», che hanno «la guerra in testa e non la [vogliono] lasciare», gente che «è strana e lo sa» e la cui cicatrice magari «è un regalo d’infanzia»; racconti di vita dipinti con uno stile in equilibrio tra variazioni e consuetudine rispetto a quanto visto già nel suo percorso. Così passiamo dall’iniziale Lisa ha 16 anni, ritratto di un’orfana condotto tra vibrare di piano e chitarre che suonano come mandolini nella strofa, e un ritornello dalle pesantezze grunge, ai brani in stile Prozac + come Baby Blu (efficace call-and-response col consueto ritornello a presa rapida su uno dei suoi personaggi, che stavolta ama «truccarsi come una spia degli anni trenta»), Quel ragazzo speciale o il beat 60s di Mio padre non perdona, che dichiarando la voglia di una vita normale è il controcanto alle altre storie del disco e che, con un ritornello più diplomatico, avrebbe potuto essere una canzone di Gianni Morandi negli anni ‘60.
Anche stavolta c’è la ballata Puoi ancora, punzecchiata d’archi e un po’ furba, ma senza sbracare; più strana già dal titolo Anche Tim Burton la sceglierà, che parte come una delle filastrocche stranianti tipiche dei Sick Tamburo prima di lanciarsi in un elettro-boogie, unico pezzo nel quale si sente un po’ di elettronica: era una delle novità di questa band rispetto alla precedente, ma col tempo è quasi scomparsa a vantaggio di arrangiamenti più vari (perfino strumenti acustici). In questo senso, è emblematica la prozachiana Agnese non ci sta dentro, nella quale sarebbero presenti anche gli Hardcore Tamburo, il progetto percussivo-sperimentale di Accusani che ha avuto grossa parte nella nascita del suono dei primi Sick Tamburo e che qui però si percepisce solo in filigrana, verso il finale.
Un disco che conferma quanto sappiamo: GMA ha una musa più raffinata di quanto sembri (e i dettagli di arrangiamento e produzione rispecchiano il concetto), e quegli elementi di stranezza (certi cantati, quel grano di follia vagamente infantile) sono in realtà i suoi punti di forza, sono ciò che dà sapore e identità a quello che sarebbe del semplice, ancorché efficace, punk anni ’90.
Amazon
