Recensioni

Com’è ormai noto, dietro i cappucci e il curioso nome dei Sick Tamburo si nascondono 2/3 del nucleo storico dei Prozac+, attualmente in pausa: mentre la cantante Eva Poles è impegnata coi Rezophonic la bassista si è spostata alla voce di questo progetto che vede Gianluca sempre in regia (mentre della sezione ritmica nulla si sa).
L’elettronica annunciata nella presentazione c’era già nell’ultimo P+ Gioia Nera, ma qui assume un ruolo molto maggiore sia per quanto riguarda effetti e ritmica (benché un batterista vero ci sia) che per le distorsioni sintetiche della chitarra.
Non si tratta di un passaggio dal punk al post-punk, che sarebbe tanto naturale quanto ormai in ritardo – e il talento dei Prozac era stato proprio il tempismo con cui avevano preso il momento dello sdoganamento in classifica del ’77, piuttosto si rimane negli anni ’90, con una formula che ricorda degli Ustmamo‘ virati Reznor.
Abbandonate le vocali tirate grazie alle quali si annullava il problema-rime ne emerge qua e là qualcuna scontata, e la nuova cantante, meno impostata della Poles, indulge a qualche birignao di troppo; per il resto, i testi sono le classiche filastrocche che conosciamo, surreali, a volte da schiaffi ma spesso efficaci nel descrivere isolamento e alienazione, con qualche lampo lirico che esplode ogni tanto (a partire da Il mio cane con tre zampe, in pratica la loro Everything is broken, e meglio nello slancio disincantato di Forse è l’amore e in Parlami per sempre).
Un progetto insomma che pur cambiando si pone in continuità con il passato, anche per il fatto di mostrare prima i difetti che i pregi e per la facilità con cui gli si perdonano, per quanto mi riguarda, senza troppo sforzo.
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