Recensioni

Balzata immediatamente in testa alla Top 10 dei prodotti più visualizzati su Netflix, Inventing Anna è l’ennesimo prodotto di Shonda Rhimes realizzato per la piattaforma digitale e riflette pedissequamente tutti i progetti per cui è divenuta nota la sceneggiatrice e produttrice statunitense.
Questo è senz’altro un bene per chi negli anni ha seguito e apprezzato i lavori dell’autrice – da Grey’s Anatomy a Scandal, passando per Le regole del delitto perfetto e Bridgerton – ma un male per tutti gli altri. Già, perché quella di Anna Sorokin aka Anna Delvey è una storia dal potenziale enorme risolto in un nulla di fatto, relegato alla maniera di una banalissima soap opera, tanto attenta ai dettagli e alla restituzione impeccabile di ogni fatto, quanto miope verso un ragionamento sull’odierna società e sui risvolti negativi (oseremmo dire orwelliani) del presente stesso in cui viviamo. L’ultimo dei successi targati Netflix è come quel pettegolezzo succulento che sta sulla bocca di tutti, che affascina e conquista l’attenzione dei presenti a un party solo fin quando qualcuno non si prende la briga di indagarne la fonte o la veridicità, per poi veder crollare quel castello di carte per colpa di una semplice brezza.
Ispirata dall’articolo di Jessica Pressler per il New York Magazine, “How Anna Delvey Tricked New York’s Party People“, la storia è quella della giornalista Vivane Kent, che per riabilitare il suo nome dopo un recente scandalo inizia a indagare su una storia dall’ottimo potenziale investigativo: quella della socialite Anna Delvey, che in poco tempo (e a soli 25 anni) è riuscita a convincere l’elite più facoltosa di New York di essere una ricca ereditiera tedesca e a truffare banchieri, amici e hotel di lusso. Come intuisce la stessa Kent nel corso di questa miniserie da nove puntate, si tratta di una storia che oltre il fatto eclatante potrebbe svelare il comportamento della società americana, di come il sogno si sia trasformato ormai in una truffa dichiarata a tutti gli effetti. Viviamo nell’epoca dei social, dell’apparenza, delle fake news, degli NFT e del Metaverso, del nulla assoluto infiocchettato e spacciato per essenziale: tutti temi che Inventing Anna tocca solamente di striscio, li accenna e se ne dimentica immediatamente per imbastire la solita soap opera glamour che fa tanto Sex & the City e dove la stessa protagonista diventa una macchietta e nulla più.
Anziché indagare il personaggio, Inventing Anna si accontenta del racconto infarcito di dettagli (anch’essi inutili), invece che suscitare nuove domande procede per spiegazioni su spiegazioni, inserisce personaggi frivoli per dare un’idea (vaga e superficiale) dell’alta borghesia newyorchese, sfruttando appieno le potenzialità della piattaforma Netflix e del suo compulsivo bisogno di binge watching. Partire da Anna Delvey per arrivare ad Anna Sorokin, scordandosi quindi senso del mistero, senso della narrazione (che procede meccanicamente e senza alcun colpo di scena) e della messa in scena (piattissima e con una fotografia da mediocre fiction di Canale 5).
Ecco allora che l’inganno è presto svelato: Inventing Anna non ha alcun interesse nello smascherare Anna Delvey e rivelare la metafora dietro la sua stessa esistenza. Si tratta, invece, di un gigantesco pretesto per raccontare l’ennesima storia di riscatto che non interessava a nessuno, dove l’unica protagonista è l’insopportabile Viviane Kent, i suoi atteggiamenti al limite dell’infantile, i suoi colleghi di redazione definiti “veri scrittori”, ecc… Proprio come la miniserie di Shonda Rhimes, anche Vivian Kent non appare quasi mai interessata alla verità, ma solo a raggiungere il più in fretta possibile uno status, l’unico universalmente accettato dalla società occidentale: il successo. E sinceramente ci saremmo anche stancati di questa retorica spicciola e moralistica (e americanissima) sul riscatto.
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