Recensioni

Amatissima da molti e detestata da altrettanti. Questo è il destino di una serie come After Life, proprio per la sua natura divisiva che sta alla base del progetto fortemente voluto da Ricky Gervais e vero coronamento della sua poetica d’autore. Dopo la conclusione di Derek, infatti, il comico e regista britannico cercava il modo di sradicare un format che nell’immaginario collettivo è ormai dato per assodato: il mondo delle storie è fatto di archi narrativi che devono trovare una risoluzione, una catarsi in grado di spingere i personaggi verso una maturazione evidente e assoluta. Sono in pratica le leggi dello storytelling: il protagonista – ma anche buona parte dei personaggi di contorno – devono compiere un percorso che vada da A a B, passando per una fase intermedia che potremmo definire di stallo. Dalla prima stagione, After Life vuole sovvertire quelle regole per creare una narrazione in grado di arricchirsi semplicemente di situazioni standard, normalissime e ripetitive. La vita è caos, ripete continuamente il Tony di Ricky Gervais, e sta a noi trovare un senso a questo caos per andare avanti, per continuare a vivere ed evitare così il precipitare in una depressione che come fine ha solo quello di interrompere la vita stessa.
I precedenti episodi servivano a delineare le intenzioni del suo autore. Quel titolo così semplice ed emblematico insieme, After Life, la vita dopo, ma anche la vita oltre, era giustapposto in contrapposizione a un protagonista pieno di rabbia e risentimento per la sorte toccatagli (la tragica perdita della moglie), che in quel momento non vedeva alcun dopo nella propria vita. Gli episodi della seconda stagione erano il contraccolpo emotivo di un’accettazione che tardava ad arrivare; la depressione intesa come unico sbocco emotivo alla tragedia, sensazione affievolita dalla capacità altruistica dell’essere umano, che Tony sperimenta a più riprese sulla pelle di chi gli sta intorno. Ecco allora che quell’After cambia di segno e significato, può tradursi come un andare avanti, il visualizzare un futuro migliore lasciandosi alle spalle il dolore e il risentimento. Sembrava finita lì, ma evidentemente il suo autore non aveva ancora espresso appieno il suo punto di vista.
Cosa succede dopo? Per cosa sta quell’After? Gli ultimi sei episodi rispondono in maniera esaustiva a questa domanda: probabilmente non c’è un dopo, non c’è mai stato, almeno nelle intenzioni di Tony. Sebbene amici e parenti vogliano vederlo tornare alla vita (come faceva a fatica il Tomas Eldan del bellissimo film di Wim Wenders), Gervais non crede sia la soluzione più adatta al suo personaggio. Non ci sarà un lieto fine nella sua forma canonica, proprio per le ragioni espresse poc’anzi. Un lieto fine per Tony avrebbe avuto un che di forzato (come lui stesso ammette): nessun romantico sviluppo con Emma, e nemmeno il superamento del dolore per la perdita di Lisa è tollerabile. Ecco allora che quell’After è come se divenisse in qualche modo trasparente agli occhi del suo autore: rimane solo la vita. Fatta di siparietti, situazioni, a volte al limite della ripetitività e della noia, del grottesco e del ridicolo involontario, dell’assurdo e dell’assolutamente banale: svegliarsi, andare al lavoro, tornare a casa, farsi un bicchiere e guardare i ricordi più belli di una vita che non tornerà. Ricky Gervais dà una conclusione alla sua ultima fatica dicendo chiaramente che non andrà tutto bene e come non ci sia nulla di male in ciò (It’s ok to not be ok).
Sono serviti due anni e una pandemia (aspetto quest’ultimo che, nonostante sia appena accennato dallo show, in realtà è centrale nelle svolte emotive e narrative), ma alla fine questi ultimi sei episodi di After Life sono arrivati a donare un ulteriore significato e strato interpretativo a quel titolo così semplice in apparenza. Dopo la vita? Non c’è una ricompensa che ci aspetta o un castigo (come vuole certa letteratura russa); dopo la vita c’è sempre la vita, nient’altro.
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