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Non c’è proprio niente da fare. Dobbiamo sempre lamentarci, anche quando sembra che finalmente qualcosa di buono, anzi di ottimo, sia arrivato dalle nostre parti. Ha ragione Manuel Agnelli quando insiste nel difendere il successo dei Maneskin, così come Morgan quando afferma che bisognerebbe cavalcare questa nuova vita del rock italico (e badate bene che qui nessuno si è fermato a parlare di qualità, quella è ben altra cosa). Ma appena successo popolare e qualità per uno strano caso del destino, o più semplicemente grazie al lavoro e all’acume di un mostro sacro del fumetto italiano, coincidono, ecco che riusciamo comunque a lamentarcene. ‘E ma è tutta in romanesco, non si capisce nulla!‘, ‘Ma perché tutti i personaggi hanno la stessa voce?‘, ‘E basta parlare di quella nuova serie Netflix tutta italiana prima tra le tendenze online‘. Avrete certamente capito che ci stiamo riferendo a Strappare lungo i bordi, la prima serie animata di Zerocalcare, che ha conquistato il pubblico di Netflix e ha convinto tutti della sua effettiva qualità (non si trovano praticamente pareri negativi in merito).

Di solito, quando tutti parlano bene di un prodotto dovrebbe accendersi qualche spia di sospetto, ma stavolta tocca farsene una ragione. Strappare lungo i bordi è la serie italiana più bella dell’anno. E ci voleva poco, direte… Allora diciamo che è la serie migliore dell’anno e stop. Per ragioni che già altri e in altre sedi hanno specificato meglio, e sono tutti motivi condivisibili: l’opera di Zerocalcare riesce a inquadrare perfettamente il senso di colpa irrisolto e irrisolvibile di un’intera generazione e al contempo riesce a rattristare quella generazione che l’ha preceduta. Quella dei trentenni, guardando e riguardando gli episodi (una sequenza di citazioni, rimandi, dettagli, in un’esagerazione visiva e contenutistica, quasi un post-modernismo sotto steroidi) si ritroverà nei complessi insormontabili del protagonista, nelle sue turbe esistenziali, nel suo essere un attempato Peter Pan restio alle problematiche e soprattutto alle responsabilità di una vita adulta promessa dall’attuale modello di società che dovrebbe adattarsi al 99% della popolazione. Poi ci sono gli altri: la generazione che ha promesso tutto questo, che nel frattempo si è arroccata negli “uffici del potere”, che impedisce puntualmente il naturale ricambio generazionale, che si dimena tra aspettative altissime verso i figli e il desiderio di autoglorificarsi attraverso quest’ultimi.

Ma la generazione di Zerocalcare non è certo senza colpe. Anzi. Il merito di Strappare lungo i bordi è tutto lì, nell’individuare anche nella propria generazione e in se stessi prima di tutto colpe e responsabilità, non solo per aver creduto nella logica della meritocrazia e del fallimento sociale, ma per vivere nell’inezia, favorendo l’immutabilità di quello stesso sistema che si critica e si rigetta (a parole). Se da un lato è vero che quella dei 30-35enni è una generazione perduta e abbandonata (per di più nata a cavallo della rivoluzione tecnologica e quindi ancora in grado di emanciparsene) è anche vittima consapevole dell’egocentrismo enfatizzato dai media. E ne è vittima lo stesso protagonista di una storia che sballotta lo spettatore dal divertimento sfrenato e incontrollato alla commozione dilaniante: il suo continuo riflettere su se stessi (tutti i personaggi hanno la voce di Zero) altro non è che un ulteriore esercizio di egocentrismo indotto che solo grazie a un consapevole passo indietro percettivo può essere disintegrato o quantomeno arginato.

Quel «siamo solo dei fili d’erba» è paragonabile al «non gira tutto intorno a te» che l’Antico rivolgeva a un ormai consapevole Doctor Strange. L’ambizione e l’arroganza da una parte del personaggio Marvel e quella di segno negativo di Zerocalcare. La sua, infatti, è un altro tipo di ambizione, un altro lato dell’arroganza, quella che lo porta a incolpare un sistema – che pure ha le sue tremende colpe – per l’immobilismo del soggetto (che però un po’ gode di questa condizione svantaggiata). Un po’ come in politica accade nelle dinamiche dell’opposizione: se vengono meno i temi portanti di una battaglia, che cosa rimane? Si saprà offrire un’alternativa concreta o ci si crogiolerà nel proprio vittimismo a oltranza?

Strappare lungo i bordi insegna proprio questo: a non tergiversare, a prendere consapevolezza che viviamo in un mondo fatto non solo dalle nostre scelte ma anche da quelle degli altri, e che spesso queste cozzano tra loro. “Calcare” le analizza tutte: il disagio derivante dall’appartenenza a una classe sociale privilegiata, i diritti e le ragioni delle donne contro millenni di oppressione dettata solo dal sesso maschile, un’attenzione alle tematiche socio-psicologiche che oggigiorno deve diventare prioritaria, per non parlare poi dell’ambiente e delle ideologie politiche (da sempre baluardo della prosa sposata alle immagini del fumettista romano). E finalmente l’autore è in grado di utilizzare i potenti mezzi di Netflix per veicolare il proprio messaggio verso il pubblico più ampio possibile e al contempo non scontentare lo zoccolo duro dei fan di opere come La profezia dell’armadillo – vera base narrativa per Strappare lungo i bordi – o Dimentica il mio nome e Kobane Calling (qualcuno ha detto bandiera curda?).

Potremmo dire di aver trovato il nostro BoJack Horseman. Le storie di Zero potrebbero continuare all’infinito ed essere al centro di numerose stagioni future (e il titolo scelto si presta più che volentieri a un ulteriore prosieguo, anche perché la consapevolezza del protagonista è tutt’altro che definitiva). Un’operazione commerciale e autoriale che guarda all’esempio di parecchie serie di successo americane, pur mantenendo un DNA tutto nostrano e allo stesso tempo di facile fruizione (non senza un minimo di impegno, sia chiaro). Si ride, si piange, si spera con Zerocalcare, novello Zeno Cosini nell’era dei social network e delle piattaforme streaming.

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