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Inutile negarlo: l’algoritmo Netflix funziona eccome. Si spiega solamente in questo modo il successo stratosferico di prodotti recenti come la pessima Inventing Anna o la soporifera Frammenti di lei, schizzati subito al primo posto della Top 10 settimanale del servizio streaming. Come avrebbe potuto The Adam Project mancare il colpo, viste le premesse?

Oggigiorno, proprio in funzione di quel (maledetto) algoritmo, vanno di moda i “minestroni”, ovvero delle produzioni costruite a tavolino ripescando il meglio del cinema hollywoodiano del passato e riaggiornandolo quel poco che basta per farlo digerire alle giovani generazioni odierne (vedi Generazione Z), la cui soglia d’attenzione è bassissima e sempre più votata al multitasking e al consumo di prodotti usa-e-getta con cui condire le conversazioni sui social. Una tattica già adottata, ad esempio, da The Rock, capace nell’ultimo periodo di inanellare una serie di successi senza precedenti pur impiegando il minimo sforzo (dai vari sequel di Jumanji a Red Notice proprio per Netflix, passando per il potpourri Jungle Cruise della Disney). Anche Ryan Reynolds sta battendo il ferro finché è caldo e a chi si è rivolto nelle sue ultime fruttuose uscite? A Shawn Levy.

Forse ai più questo nome non dirà granché, ma giusto a titolo d’esempio, probabilmente Levy è oggi quello che negli anni ’70 e ’80 era Steven Spielberg. Praticamente un Re Mida dell’intrattenimento, sia sul piccolo schermo che al cinema, Levy alterna abilmente le sue capacità di produttore arguto a quelle di regista popolare: sua la produzione di quel fenomeno in streaming che è stato ed è tutt’ora con Stranger Things (altro “minestrone” di cultura pop anni ’80), suo il franchise Notte al Museo che con tre film è riuscito a mantenere desta la stella di Ben Stiller anche tra i più piccoli e che con (il sottovalutato) Real Steel dichiarava essenzialmente di essere il nuovo Spielberg. La sua collaborazione con Reynolds (che si rinnoverà con l’arrivo di Deadpool 3) è la prova ultima di quell’acume che rende Levy molto abile nel leggere una contemporaneità in velocissima progressione, dove un prodotto passa dall’essere nuovo al diventare acqua passata nel giro di poche settimane.

Dopo il successo di Free Guy – Eroe per gioco, Levy e Reynolds rimescolano la formula del citazionismo sfrenato, condito da buoni sentimenti e una sottile vena di sarcasmo ormai simbolo dei prodotti in cui recita il volto di Deadpool in una storia votata all’intrattenimento senza pretese e alla leggerezza trasmessa dai volti rassicuranti dei suoi interpreti. La storia è presto detta: Adam Reed fugge dal 2050 al 2022 per chiedere l’aiuto di se stesso più giovane; i due viaggeranno ancora indietro nel tempo per contattare il padre, in una missione per salvare il mondo da distruzione certa. Forte di un comparto visivo molto valido, The Adam Project scorre sereno verso la sua prevedibile conclusione, intrattenendo adeguatamente e senza mai spingere sul tasto dell’esagerazione (persino Reynolds è più pacato, mentre è bravissimo l’esordiente Walker Scobell) per non perdere il suo pubblico di riferimento.

Gli inserimenti di Zoe Saldana e Mark Ruffalo sono un’aggiunta che arricchisce il campo delle citazioni e conforta chi è cresciuto guardando le avventure degli Avengers al cinema, ma The Adam Project esaurisce in fretta il suo mordente narrativo (figlio di Ritorno al Futuro e Star Wars) confermando la funzione dell’algoritmo Netflix, capace di sfornare sì prodotti vincenti, ma anche facilmente dimenticabili.

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