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In passato abbiamo avuto più di un’occasione per raccontare la progressione della carriera cinematografica di Dwayne Johnson, ex-wrestler e campione della WWE noto nell’ambiente con il soprannome di The Rock, appellativo conservato anche tra i fan che accorrevano in massa per le sue pellicole. Dopo un inizio difficile, tra flop (Il tesoro dell’Amazzonia) e parti decisamente minori (Be Cool, Agente Smart), arrivano i primi successi e quei ruoli che ne consolideranno la figura da protagonista, nonché la dimostrazione di poter reggere non solo un film ma un intero franchise sulle proprie (muscolosissime) spalle, ovvero Corsa a Witch Mountain, ma soprattutto Fast & Furious 5 (che sancirà il suo ingresso in quell’universo che poi proseguirà per altri tre film e uno spin-off) e Viaggio nell’isola misteriosa.

Questi sono solo i primi di una lunga serie di film che contribuirà a lanciare Johnson come stella del botteghino, possiamo citare ancora G.I. Joe – La vendetta e Hercules. Una carriera incredibile che per molti versi somiglia a quella di Arnold Schwarzenegger, che da culturista si impose come star del cinema muscolare a stelle e strisce negli anni Ottanta (da Conan a Predator, da Terminator a Commando), prima di tentare la carta della commedia e cercare di bissare quello stesso successo anche per prodotti destinati alla famiglia. In questo le carriere dei due attori si somigliano tantissimo e se è vero che Schwarzy ha dovuto faticare non poco (I gemelli, Un poliziotto alle elementari, Last Action Hero), The Rock invece ha saputo costruirsi un bacino di fedeli appassionati proprio da quel Viaggio nell’isola misteriosa, successo stratosferico e vero trampolino di lancio, mentre il franchise “macchine scontro” della Universal favorì l’espandersi di una parallela categoria di pubblico.

Già in pellicole come San Andreas, Rampage e Skyscraper, Johnson ha saputo ben confezionare una sintesi perfetta di questi due elementi che contraddistinguono tutte le sue partecipazioni sul grande schermo, ovvero una buona dose di action nudo e crudo, con l’ironia che sconfina in una sana dedizione ai valori famigliari (spesso ricopre il ruolo di un amorevole padre). Se però finora era stato il cosiddetto “sistema dei franchise” ad adattarsi alla figura massiccia e imponente di The Rock (vedi lo spin-off Fast & Furious – Hobbs & Shaw), l’operazione “per famiglie” inaugurata con Jumanji: Benvenuti nella giungla ci ha mostrato come anche lo stesso The Rock possa adattarsi e sopratutto di come sia anche in grado di bilanciare perfettamente sia le sue doti fisiche che quelle espressive in una modalità del tutto inedita. Questo perché in Jumanji: Benvenuti nella giungla, così come anche in questo valido Jumanji: The Next Level, non vediamo mai Dwayne Johnson il personaggio, ma l’attore chiamato a impersonare qualcuno di molto lontano da se stesso (nel primo ha la parte dell’insicuro Alex Wolff, qui lo troviamo a sintetizzare le idiosincrasie del vecchio Danny DeVito), dove quello stesso qualcuno rimane talmente impressionato dal fisico e dal carisma del dott. Smolder Bravestone/The Rock da prenderci perfino gusto a imitarlo (in un cortocircuito in cui è lo stesso Johnson a dover imitare se stesso).

Tutto questo all’interno di un sequel di un film cult degli anni Novanta (con l’amatissimo Robin Williams) trasformato in franchise, ma dove il sistema non crolla sotto il peso del suo protagonista, anzi si diverte a smitizzarlo e celebrarlo a un tempo (come accadde a Schwarzy con il succitato Last Action Hero), ad offrirgli un palco sul quale recitare (forse per la prima volta) e condividere questo incredibile successo (il primo sequel sfiorò il miliardo di dollari di incasso) con l’intelligente avvicendamento di Kevin Hart, Jack Black e Karen Gillan. Jumanji: The Next Level fa quello che ogni sequel dovrebbe ricordarsi di fare: ripetere la medesima formula vincente del predecessore – un divertimento capace di mixare sapientemente il film d’avventura alla Indiana Jones con la verve comica dei suoi protagonisti (dei quali viene sfruttata al meglio la fisicità) con una riflessione non banale sulle nuove generazioni di adolescenti, contaminate dall’uso smodato del mondo virtuale – e aggiungere una maturità leggermente più “spessa” e dark, confezionata a modo per tutta la famiglia. L’inserimento, infatti, delle new entry Danny DeVito e Danny Glover aprono una porta alla riflessione su temi come l’invecchiamento, l’anzianità che scende a patti con un’esistenza intera, con il suo modo di guardare alla gioventù odierna, con la paura mascherata dal cinismo che via via che l’avventura si dipana si scioglie come neve al sole.

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