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Non tutti i joint album escono con il buco, anche perché non basta cavalcare un trend molto battuto dal mainstream italiano per vincere a tavolino (vedi RkomiIrama). CVLT, il disco collaborativo di Salmo e Noyz Narcos, al contrario è uno di quei progetti che puoi dire davvero vincenti. Di quelli capaci di unire amanti del genere, avventori e critica.

In un periodo storico che ha visto la trap prima (esplosa nel 2016 con i “bimbi” e ancor oggi in pista nella versione super Sayan dei Rondodasosa e Baby Gang di turno) e il suo superamento in direzione (cantauto) pop dopo (Achille Lauro, Madame, Blanco, Sangiovanni e lo stesso Rkomi), il recente ritorno alle barre e al real rap è ormai anch’esso un trend.

Lo abbiamo visto recentemente con l’ultima fatica della Love Gang e di Johnny Marsiglia, fino ad arrivare all’ibrido proposto da Frah Quintale e Coez. Insomma l’hip hop, quello che si ricollega con i 90s, può piacere a molti, esattamente come succedeva ai tempi di Tradimento di Fabri Fibra.

Ma in fondo, dai due diretti interessati non poteva che nascere qualcosa di buono, malgrado un percorso che ha preso spesso direzioni diverse. Noyz, leggenda dell’hip hop capitolino, vanta, dal 2005 ad oggi, nove album, di cui tre collaborativi (La calda notte con Chicoria, Localz Only con Fritz Da Cat e ovviamente CVLT). Salmo vanta invece sette capitoli (di cui quest’ultimo collaborativo) in dodici anni, a cui si sommano diversi progetti paralleli.

Da una parte dunque l’emorragia creativa, dall’altra una produzione più centellinata nel tempo. E c’è una differenza anche nell’approccio: ortodossia per il primo, crossover per il secondo (vedi anche il Flop Tour con la band Le Carie). Così vicini, così lontani, i due hanno trovato nella componente orrorifica e nell’hardcore un punto di sutura. Dopotutto, il loro sodalizio fu sancito proprio da un episodio a tema, Rob Zombie, pezzo (che oggi date le circostanze potremmo considerare prequel) contenuto in Midnight e chiaro omaggio al cineasta più rock della settima arte.

Non è la prima volta che il rap italiano attinge dal genere cinematografico, in particolare dai Maestri Mario Bava, Lucio Fulci e Dario Argento (quest’ultimo non a caso coinvolto in un corto creato ad hoc per il lancio del disco). Recente è il caso di OTERGES OTTEGORP, piccolo gioiellino underground del 2017 firmato da Supa e Bassi Maestro a cavallo tra l’immaginario kubrickiano (Shining) e quello più allucinato e onirico di David Lynch.

Il campo rosso sangue si rivela lo sfondo perfetto per le metriche incendiarie dei due artisti, a questo giro particolarmente accorti nel dosare il fan service, riducendolo perlopiù all’introduttiva Anthem, pezzo costellato dai sample delle loro più note hit condito da un (auto) citazionismo continuo e dallo scambio dei rispettivi incipit. L’approccio poi, tipicamente old school, iper tecnico e pregno di esercizi di stile, sa concedersi alcune finezze, come il campione di Who dat boy di Tyler, The Creator spalmato nell’ipnotica base filo grime di Brujeria, brano che dimostra la buona efficienza di un comparto produttivo ben congegnato dallo stesso Salmo con Sine, Luciennn e Ford78. Significativo anche anche l’omaggio-endorsement a Kid Yugi (uno dei pochi ospiti del disco) presente in Nightcrawlers («Ho scritto il disco dell’anno, my dawg», verso di Grammelot), oltre che il richiamo gore di Incubi e il piglio aggressivo di Respira (con Marracash) che gioca con Breathe dei Prodigy

Non mancano neanche i difetti, presenti soprattutto nella seconda parte dell’album: vedi My love Song 2 (con Frah Quintale e Coez, anche loro freschi di joint album), priva dell’adorabile impolitesse dell’originale. Non decollano particolarmente neppure Chilometri e Maledetti. Anche se quel che manca al disco sembra essere l’elemento sorpresa.

Fa eccezione Miracolo, un episodio intimo, con tanto di archi, in cui il rapper sardo si smarca dal collega lanciandosi in un inciso piuttosto melodico. Ma è un pezzo isolato in una comfort in cui i due si sono ritrovati tradendo dunque l’ambizione più sperimentale che aveva contrassegnato – per loro stessa ammissione – i piani iniziali. Ci sta che il disco passi come divertissement e non come quella prova da ricordare e riascoltare. Se sarà davvero CVLT lo vedremo col tempo.

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